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Il passato che non passa: andare oltre grazie allo yoga

  • Autore: Silvio Bernelli

Sono un insegnante di yoga e una persona che scrive e il rapporto tra ciò che viene vissuto, ricordato e messo su pagina è al centro dei miei interessi quanto il legame tra yoga e memoria.

Paradossalmente, per lo yoga il rapporto con la memoria è così importante da prenderne le distanze. Quando siamo raccolti in noi stessi, concentrati sul momento che stiamo vivendo, meditando sul respiro o visualizzando, ciò che ci viene chiesto è soprattutto di dimenticare.

Dimenticare la maleducazione di quel tizio che stamane ci ha suonato il clacson appena è scattato il verde; un rimorso che ci molesta da anni o quella persona che abbiamo amata e se n’è andata. Dimenticare le sconfitte e i successi che hanno fatto di noi le persone che siamo. Dimenticare le incombenze, gli impegni, i fatti che costituiscono la minutaglia della giornata, le telefonate, gli appuntamenti, il futuro che cerchiamo di prefigurare, dove andremo in vacanza la prossima estate, quello che faremo da vecchi.

In sanscrito queste si chiamano vritti. La radice è la medesima dell’italiano “vortice”, ma il praticante yoga è abituato a tradurre più spesso questo termine come “modificazioni mentali”. In una formula, si tratta di quella massa di pensieri che come un vento perenne sferza, scuote la mente.

Non a caso, secondo il grande maestro Patanjali lo yoga è proprio un metodo per sopprimere questi pensieri inutili. È l’arte di governare la mente.

Un obiettivo che ha bisogno di essere raggiunto per gradi, come spiegato da Patanjali nei suoi celebri Aforismi dello yoga, scritti tra il II secolo AC e il IV secolo DC.

Patanjali afferma che esistono cinque tipi di “ostacoli” alla quiete mentale, cinque vritti, che impediscono al soggetto, cioè noi, di riposare nella nostra essenza. Una è proprio la memoria.

Nell’aforisma numero 11 del primo libro, quello dell’Enstasi, Patanjali la descrive così: “La memoria è la ritenzione dell’oggetto sperimentato”*.

La memoria non è un oggetto mentale, un contenitore di ricordi ad esempio, ma è un’azione, quella del “ritenere”.

Basta questo fatto a far pensare che, proprio perché non è una cosa, la memoria non sia qualcosa di stabile, affidabile, una forza grazie alla quale si può mantenere vivo il passato, portarlo con noi per sempre. E così anche la pensano alcuni scienziati.

Dopo anni di studi, gli esperti hanno scoperto che le emozioni attribuite a un ricordo del passato nascono dal modo in cui recuperiamo quel ricordo nell’istante in cui lo ricordiamo. Se nel momento del ricordo saremo felici “coloreremo” di felicità quel ricordo e se invece saremo tristi, ciò che rammenteremo sarà giocoforza triste.

Conosceva questa verità Marcel Proust, l’autore del capolavoro letterario Alla ricerca del tempo perduto. Un libro sterminato, più di 3.500 pagine, uscito in sette volumi. All’inizio di Dalla parte di Swann, il primo libro, c’è la scena che dà il via a tutta la storia. A Marcel, così si chiama il narratore, vengono serviti un tè e una madeleine, un dolce francese. Assaggiando questa madeleine, Marcel prova la sensazione straordinaria di tornare bambino, quando andava dalla zia Léonie che gli offriva appunto e dolcetto. A quel punto scopre che “tutta la buona gente del villaggio, e la loro casette e la chiesa e tutta Combray (…) tutto è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè”**.

L’assaggio della madeleine riporta alla memoria di Marcel tutto il mondo che esisteva insieme a quel dolce, il passato. Insomma, ecco come dallo scontro tra il momento che ricordiamo e quello in cui ricordiamo si sprigiona una scintilla che cambia ogni giorno, ogni volta che rammentiamo il passato.

È questa la tesi che lo psicologo americano Daniel Schacter, docente all’università di Harvard, espone in Alla ricerca della memoria***, un libro proustiano fin dal titolo.

Secondo Schacter i ricordi, come molti li immaginano, non esistono. Esistono solo infinite versioni e ricostruzioni che la memoria ci propone di un evento che abbiamo vissuto.

E quindi che cosa ricordiamo quando ricordiamo? Secondo Schacter, un engramma. È lo scheletro di un ricordo, l’”osso” dell’esperienza che abbiamo vissuto. Tutta la “polpa” cambierà a seconda di come staremo il giorno in cui recupereremo dalla memoria quello specifico frammento di vita.

Insomma, ecco perché per Patanjali i ricordi sono vritti. Ricordare è un’azione che richiede uno sforzo immenso al cervello, incessantemente impegnato a colorare, questo ricordo, a ricostruirlo, a farcelo rivivere in modo sempre diverso.

Da un lato quindi, il passato che non passa mai, trasformandosi di continuo, tiene la mente costantemente sotto sforzo. Ed ecco perché la facoltà di ricordare che nella vita di tutti i giorni è il propellente che serve ad andare avanti, nella pratica dello yoga si rivela un avversario che ci impedisce di riposare nella nostra essenza.

Dall’altro lato però, comprendere che i ricordi sono merce scivolosa, inaffidabile, ci consente anche di ridurre l’attaccamento che proviamo nei loro confronti, di identificarci un po’ meno con loro. Tenendo a mente questa scoperta, potremo più facilmente sciogliere i legami - sempre ingombranti - con il nostro vecchio sé e imparare a vivere ogni momento. Perché solo così è possibile calarci nella nostra vera essenza e, senza pastoie e dubbi, lasciare il passato nel passato. E vivere nel presente, sempre.

*Aforismi dello Yoga, Patanjali, a cura di P. Magnone, Magnanelli, 1991.
** Alla ricerca del tempo perduto - Vol. I La strada di Swann, M. Proust, Einaudi, 1963.
***Alla ricerca della memoria, D. Schacter, Einaudi, 2001.

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