Fermare corpo e mente per scoprire il proprio mondo interiore. In fondo, potrebbe essere descritta anche così la pratica dello yoga. In particolare, alcune tecniche sembrano la realizzazione concreta di questo enunciato. Sanmukhi mudra, ad esempio. Sigillo delle sei aperture o, secondo altre traduzioni, delle sei bocche. Aperture che vanno chiuse in una mudra posturale che certamente è anche una tecnica di pratyahara. L'esecuzione stessa di sanmukhi mudra suggerisce un passaggio esperienziale dal fuori al dentro, in particolare per il praticante che sa che uno non esiste senza l'altro, che uno è parte dell'altro, che ogni cosa è tutto.
Seduti a gambe incrociate si distendono le dita per aprire bene le mani con i palmi rivolti in avanti e si infilano i pollici nelle orecchie, badando a percepire il sottile strofinio dei polpastrelli e delle unghie contro la superfici convesse della conca auricolare, l'esterno dell'organo uditivo. Poi, rilassati nella postura i muscoli degli avambracci e delle mani, è facile avvertire la lieve pressione delle punte dei pollici sull'apertura del condotto che porta all'interno dell'orecchio. Scopo dell'operazione, naturalmente, è tappare le orecchie per impedire l'ascolto dei suoni esteriori. A questo punto, è possibile cogliere quelli interiori: la pulsazione del cuore con la sua eco e per i praticanti più esperti, tuffandosi con la propria consapevolezza oltre i timpani che chiudono i condotti uditivi, il rombo remoto e inesauribile della circolazione sanguigna.
Lasciati i pollici nelle orecchie, indici e medi si posano rispettivamente sulle palpebre superiori e inferiori. Un istante di piena consapevolezza aiuta a percepire il peso impalpabile dei polpastrelli sugli occhi, la traccia di umidità vischiosa sulla superficie dei bulbi oculari a contatto con la parete interna delle palpebre, e l'appoggio della parte bassa dei bulbi oculari sul bordo inferiore delle orbite. Ora è facile osservare il buio quieto e rassicurante al di qua dell'osso frontale, e poi dimenticarsene, annullando completamente l'atto stesso del vedere, del guardare, sia il mondo esterno che quello interno.
Gli anulari si appoggiano con delicatezza sulle pinne del naso in modo da chiudere gran parte delle narici e far sì che la respirazione si stabilizzi nelle coordinate lunghezza/sottogliezza tipiche dello yoga e della meditazione. Qui la consapevolezza sulla successione degli atti respiratori è totale. Utilizzarli come sostegno per rimanere nelle profondità di se stessi, nella quiete che questa mudra posturale dà, è uno degli infiniti regali della pratica yoga.
I mignoli intanto si sono sistemati sulle labbra chiuse, così da simboleggiare anche l'assenza della parola, uno degli altri mezzi di comunicazione con il mondo esterno. In sanmukhi mudra vengono completamente inibiti.
I praticanti più esperti possono utilizzare sanmukhi mudra come punto di partenza per una pratica ancora più complessa, e anche dal più profondo significato spirituale: l'ingresso nella città delle nove porte. L'espressione arriva dalla Bhagavad-Gita (13,V).
Rinunciando mentalmente ad ogni azione, l'abitatore del corpo riposa, padrone di sé, serenamente nella città delle nove porte, senza agire e senza fare agire.*
In questo passaggio il testo fa riferimento, pur senza esplicitarlo, alla chiusura delle nove porte: due orecchie/ due occhi/ due narici (le sei aperture del nome sanmukhi mudra) ai quali si aggiungono la bocca (chiusa anch'essa in sanmukhi mudra), l'orifizio escretorio (collegato al chakra Muladhara) e l'organo sessuale (in pratica, Svadhistana). Per entrare nella "città delle nove porte" e quindi riposarvi "padrone di sé", il praticante in sanmukhi mudra emette una lunga espirazione, si svuota completamente, e poi, in bhaya kumbhaka, esegue un potente mulabandha stringendo, strizzando anche gli organi sessuali. Una ritenzione di cinque secondi è sufficiente.
La tecnica nel suo insieme, sanmukhi mudra più Mulabandha in bhaya kumbhaka, va eseguita tre volte. Tra un'esecuzione e l'altra, è molto importante contare nove o dodici respiri in puraka e rechaka, in modo da consentire al cuore di tornare al ritmo normale e al respiro di adagiarsi nella calma abituale. Grazie a questa sequenza, il praticante può, ancora una volta, attraverso una tecnica profondamente immersiva, entrare in contatto con la sua parte più intima e autentica: "l'abitatore del corpo", il Sé.
* Bhagavad-Gita, Edizione BUR, 1987, traduzione di Raniero Gnoli.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Percorsi Yoga n. 81/Anno XXIII/gennaio 2022.