La Bhagavad-Gita è fra i più importanti testi dello yoga. Non è un trattato speculativo come gli Aforismi dello yoga di Patanjali, ma una storia; un poema epico, per la precisione. Narra la vicenda del principe guerriero Arjuna, un arciere straordinario che è il condottiero del clan dei Pandava. Peccato che questo combattente invincibile, un attimo prima di guidare il suo esercito in battaglia contro il clan rivale dei cugini Kaurava, venga assalito dai dubbi. Davanti alle armate schierate ha un mancamento e si rifiuta di scendere in battaglia contro i suoi parenti e i suoi vecchi maestri.
La riflessione di Arjuna in prima persona è sconfortante:
Meglio sarebbe per me s'io fossi ucciso in battaglia, disarmato e senza opporre resistenza*
Le consueguenze sono drammatiche:
Così Arjuna parlò sul campo di battaglia e tosto s'accasciò sul sedile del carro, lasciando cadere l'arco e le frecce, con il cuore agitato dall'angoscia.
Arjuna però è il simbolo del Bene contro il Male e ha il dovere di combattere. Fortuna che in quel momento ad Arjuna venga in soccorso il suo auriga, che in realtà è niente meno che Krishna, un avatar di Vishnù, una delle divinità più note del complicatissimo pantheon Induista.
Krishna impartisce ad Arjuna una vera e propria lezione di yoga. Tra gli insegnamenti più rilevanti c'è quello di non concentrarsi mai sul risultato delle azioni perché questo atteggiamento produce attaccamento.
Considera uguali piacere e dolore, e così pure guadagno e perdita, vittoria e sconfitta, e poi accingiti alla guerra
Krishna rivela ad Arjuna il segreto della sua missione:
Ti compete soltanto l'agire, non mai i suoi frutti
Non sia il frutto delle azioni motivo del tuo agire
Compresa questa verità fondamentale il principe si lancia in battaglia a capo delle sue truppe e sbaraglia il nemico. Il Bene trionfa.
Ora, tornando alle frasi della Bhagavad-Gita dedicate al mancamento di Arjuna, ci colpiscono perché rivelano la natura umana che è nel principe e in noi. Le debolezze. I dubbi. La paura di non farcela a seguire la corsa dei giorni, di non riuscire ad essere all’altezza delle aspettative.
A questa considerazione si può aggiungere quella relativa al fatto che Arjuna appare tanto più debole tanto più lo conosciamo come combattente straordinario.
Ce lo dimostrano altri episodi di cui Arjuna è protagonista nel Mahabharata, l’immenso poema indiano di cui la Bhagavad-Gita è soltanto una parte. In particolare, c’è un celebre aneddoto relativo al giovanissimo Arjuna.
Il principe e alcuni suoi amici sono in compagnia di Dronacharya, un grande guru, il maestro d’armi che poi nella battaglia Kaurava-Pandava si sarebbe schierato contro Arjuna.
Dronacharya aveva nascosto tra i rami di un albero forse un finto corvo, un uccello impagliato, di argilla o di legno a seconda delle versioni giunte a noi. Il maestro chiede ad alcuni allievi di farsi avanti, puntare la freccia nel proprio arco e dire ciò che vedono. I ragazzi rispondono di vedere una foresta, tanti alberi con grossi rami e, appollaiato su uno di questi, un volatile.
Poi è il turno di Arjuna. Il principe scruta la foresta e afferma di vedere solo la testa dell'uccello. Dronacharya soddisfatto commenta che un vero guerriero dovrebbe vedere solo il suo bersaglio. Arjuna scocca la sua freccia e trapassa da parte a parte l'occhio del corvo impagliato.
Ecco, Arjuna è un arciere talmente bravo da poter eliminare tutta la realtà circostante per focalizzarsi sull'obiettivo. E così come lui dovremmo imparare a essere noi praticanti yoga.
Da un lato, come Arjuna dobbiamo trovare qualcuno che ci insegni, attraverso lo yoga, a trovare il coraggio per scendere in campo a combattere la nostra battaglia. Che per fortuna non si combatte con le armi, le macchine da guerra, gli eserciti; ma è una battaglia più sottile, contro nemici molto più infidi e sfuggenti: le delusioni che tutti siamo destinati a patire nel corso della vita, il ricordo delle vecchie ferite, qualcuno che ti piace ma che sembra neanche accorgersi di te, il lavoro che non c’è o quando c’è diventa una lotta sfinente.
Dall'altro lato, proprio come Arjuna, dobbiamo rimanere attenti, lucidi, concentrati sulla nostra crescita, la nostra evoluzione interiore, per coltivarla senza dubbi né indugi senza però mai pensare a cosa ci porterà una volta raggiunta. Perche ci piaccia o meno, nessun successo dipende esclusivamente da noi.
*Traduzioni italiane tratta dall'edizione della Bhagavad-Gita, Il canto del glorioso Signore, a cura di Stefano Piano, Edizioni San Paolo, 1994.