Niente come lo yoga aiuta a curare le ferite del cuore. Un'affermazione che non è mai stata vera come adesso, nel difficile periodo pandemico; un periodo nel quale siamo tutti più fragili.
Certo, prima di curarle queste ferite bisogna ammettere di averle, ma niente paura. Basta far arretrare il nostro sempre troppo invadente ego, ed ecco che - come per incanto - ci appaiono lì, intatti, i rimasugli emotivi lasciati da antiche battaglie, lontani litigi, separazioni, lutti, delusioni, licenziamenti improvvisi. Tutte quelle ferite che la vita ci ha inflitto, insomma; qualcuna per caso, qualcun'altra perché magari ce la siamo meritata.
In un caso o nell'altro, si tratta spesso di veri e propri traumi capaci di incidere sulla nostra personalità, il nostro comportamento, insomma sulle persone che siamo, sulla vita che facciamo oggi.
Questo accade a causa di un'abitudine a cui la nostra mente fa fatica a rinunciare. È nella sua natura fissarsi su un dettaglio, un tema, un argomento e poi lavorarci su incessantemente. Ed ecco che il giorno si trasforma in una sorta di sogno lucido, durante il quale non si è mai davvero presenti a ciò che sta accadendo a noi e intorno a noi. E la notte diventa spesso un viaggio nelle oscurità più recondite del nostro inconscio, dal quale ci risvegliamo ogni volta più stanchi, ogni volta più disillusi.
Non dovremmo sorprenderci. Come ci insegnavano a scuola infatti, cambiando l'ordine degli addendi, il risultato non cambia. Ruminare gli stessi problemi, le stesse colpe commesse magari l'anno scorso o un'offesa subita mesi o decenni fa, non ci aiuta affatto a risolverli, a darci sollievo.
Pensare senza costrutto è anzi un'abitudine che produce una stanchezza capace di ricadere facilmente a cascata anche fuori dalla mente, investendo direttamente la vita nostra e delle persone che ci stanno vicine, andando ad alimentare proprio il circolo vizioso di recriminazioni e rimpianti che dovremmo arrestare.
Che fare, allora?
Fermiamoci, innanzitutto. Sediamo a gambe incrociate. Concentriamoci sulla respirazione, con pazienza. Osserviamo il ciclo delle inspirazioni e delle espirazioni, l'aria che scorre nelle narici, nella gola e nel petto. Pian piano, scopriremo un punto di vista inedito sui medesimi problemi sui quali ci arrovellavamo pochi minuti prima.
Impareremo che più saremo concentrati sui pensieri negativi e demotivanti, più ne resteremo intrappolati e più questa sensazione ci indurrà a pensare di aver esaurito i nostri obblighi verso noi stessi. Ci stiamo pensando, a risolvere i nostri guai; cosa pretendiamo di più?
Questa comprensione potrebbe aiutarci a interrompere il circolo dei pensieri ossessivi ed entrare nel territorio più quieto del pensiero controllato. Un luogo della mente dove conta solo ciò che accade nel momento, non ciò che è accaduto in un passato ormai sepolto.
Con la mente già un po' più sgombra possiamo allora dedicarci ad eseguire qualche asana. Più sapremo calarci nella realtà della posizione, nei suoi infiniti dettagli fisici ed emozionali, nelle viscerali profondità dello yoga, più la nostra mentre troverà quiete. E la mente quieta con il passato impara a scendere a patti, spingendolo ogni giorno sempre più lontano, fino a quando non sarà più in grado di ferirci. Mai più.