“Passare attraverso una porta stretta” è una metafora che arriva direttamente dal Vangelo di Matteo, ma ne ne richiama diverse altre: avanzare su un sentiero sconnesso, superare un ostacolo, andare oltre le difficoltà. La prima resta però forse la più precisa nel descrivere l’arduo attraversamento di una soglia, il passaggio da un’epoca all’altra della vita. Un momento in cui le asprezze dell’esistenza e i dubbi dell’inconscio si fanno sentire.
Non a caso La porta stretta è il titolo di un magnifico romanzo di André Gide, Premio Nobel per la letteratura nel 1947. Il libro narra l’amore infelice tra Jérôme e Alissa. La donna, invece che cedere al sentimento, decide di sopprimerlo e - proprio come suggeriva Matteo - votarsi alla vita religiosa. “La via che ci indichi, Signore, è una via stretta - tanto stretta da non potervi camminare in due fianco a fianco.” È una storia di sacrificio che qui serve a ricordare il concetto della “porta stretta”, proprio quella che l’Hatha Yoga è costretto ad attraversare oggi.
Colpa anche del nome, forse, visto che Hatha Yoga significa “yoga dello sforzo”. Una definizione che si presta alle volgarizzazioni delle quali oggi sono piene molte palestre, diverse piattaforme internet, i numerosi corsi fai-da-te che propongono le posture dell’Hatha Yoga senza consapevolezza, senza il controllo del respiro e delle forze che sulle sue ali si muovono; senza niente di ciò che viene dai più ritenuto eccessivamente complesso, insomma. Peccato che però sia proprio la sua complessità a fare di un asana dello yoga ciò che è. Un mezzo per scoprire le forze segrete che tumultuano in noi stessi e, al contempo, un metodo per governare la mente.
Senza questi obiettivi, non c’è Hatha Yoga, ma solo il Finto yoga oggi parecchio di moda. C’è a chi piace, naturalmente, ma non per questo siamo tutti costretti ad apprezzarlo, no?
E se l’eccesso di muscolarità può rappresentare uno dei lati del sentiero malagevole sul quale oggi si trova l’Hatha Yoga, o della porta stretta di Gide, l’altro è quello “yoga accessibile” del quale sempre più si sente parlare in giro. Una dicitura che (a parte la doverosa eccezione dello yoga per disabili) sotto un nome accattivante nasconde due inganni.
Il primo è che esista uno yoga non accessibile, il che è falso. Persino nelle sue scuole più difficoltose, l’Hatha Yoga invita gli allievi a trovare ciascuno il proprio “sforzo giusto”; quello che produce la minima tensione necessaria per mantenere la posizione, e al contempo consente il raggiungimento della consapevolezza e il governo del pensiero. Privata di queste caratteristiche, la postura è solo un “disegno” del corpo, non un passo verso l’auto-realizzazione. Non a caso è inservibile contro uno dei principali nemici dello yoga: l’ego. Senza la sua attenuazione, non c’è disciplina.
L’altro inganno è che uno yoga definito accessibile, nel suo desiderio di incontrare il gusto di tutti, accetti di limitare, e in più di un caso di fare piazza pulita, delle tecniche disagevoli. Asana di appoggio sulle braccia ad esempio, di solito detestati dalle persone più anziane; ripetute sequenze di Pranayama, che proprio non riescono a ingaggiare chi in sala persegue a tutti i costi il movimento. Stesso discorso potrebbe farsi per i Bandha, le contrazioni di alcune parti del corpo con le quali - purtroppo - molti non hanno familiarità. Facile poi che proseguendo su questa strada, a lezione non si parli della filosofia yoga, quasi impenetrabile per i molti a digiuno di studi umanistici, non si propongano esercizi di meditazione, irrealizzabili per chi è incapace di astrarsi dal mondo materiale, e meno che mai si affronti l’immenso tema della spiritualità yoga, considerata inutile dai più.
Insomma, in tutti questi casi si giunge al paradosso di un Hatha Yoga senza yoga. Mutilata delle sue caratteristiche fondamentali, la “pratica” si riduce a una sequenza di movimenti vuoti, rapidi o lenti, intensi o blandi che siano, fruibile a chi è ostaggio del proprio piagnisteo (ho un dolorino qui che mi impedisce di….) e non metterà mai in discussione il proprio ego; a chi è pigro e non ha voglia di migliorarsi; a tutti quelli che preferiscono restare nel recinto sicuro dei propri limiti. Gente che, insomma, la porta stretta di Gide proprio non la vuole attraversare. Peccato. Per loro, naturalmente.