Poche cose possono sembrare più bizzarre di un praticante yoga che recita “Oooommm” seduto a gambe incrociate. Non a caso, sono innumerevoli gli spot pubblicitari che se ne prendono gioco. Che dire, è sempre facile sbeffeggiare quel che non si conosce.
Evidentemente pochi sanno che non esiste consapevolezza senza concentrazione sul proprio Sé. Un’operazione che ogni praticante viene chiamato ad attuare appena entra in sala, sistemandosi nella postura di meditazione. La spina dorsale è allineata. Il busto e il collo sono eretti. “L’asana dev’essere stabile e confortevole” recita il famoso versetto di Patanjali contenuto negli Aforismi dello yoga, il testo di riferimento di questa disciplina.
Poi è il momento del mantra per eccellenza: l’Om.
Con gli occhi chiusi, lo sguardo diretto alla radice del naso e i dorsi delle mani posati sulle ginocchia, le punte degli indici che pizzicano la metà dell’ultima falange dei pollici (Jnana mudra, gesto della consapevolezza), si compie qualche ciclo respiratorio fino a che espirando si fa risuonare dolcemente la vocale O a bocca aperta. Si fa seguire la consonante M, che invece viene fatta risuonare prima nel palato a bocca chiusa, poi alla radice del naso.
È una pratica d’immenso significato. L’Om è denominato Pranava, “primo suono”, richiama il suono della creazione e ha un chiaro significato di omaggio all’Assoluto. È un atto di devozione, una dichiarazione di appartenenza. A chi e cosa, esattamente? Sarà il praticante stesso a scoprirlo, se lo vorrà.
Intanto, basta far risuonare la Om per comprendere come la sua eco abbia un duplice, immenso potere. Da un lato, il Pranava aiuta a centrarsi nel momento, a diventare perfettamente coscienti della postura, del respiro; basta la sua pronuncia per accarezzare, blandire, rallentare la corsa dei pensieri.
Dall’altro, niente come il canto di gruppo e la vibrazione condivisa riescono a farci sentire parte di una comunità. Quella ristretta delle persone nella sala yoga, quella più grande dei praticanti nel mondo e infine quella della scala spropositata del Tutto di cui -piaccia o meno - facciamo inevitabilmente parte: la Terra, il sistema solare, le galassie.
Quali che siano le convinzioni del praticante, secondo yogin e yogini la vibrazione della Om è accordata a quella che in ogni istante, anche adesso, fa tremare l’universo, collegandolo in ogni sua più recondita cellula. Follia?
Non sembrerebbe. Intanto è da decenni nota la teoria del Big Bang, l’esplosione primordiale che secondo gli scenziati avrebbe dato il via ai pianeti, alla vita. La Om ne sarebbe l’eco mai dimenticata, capace di riconnettere gli esseri umani del presente al momento zero in cui tutto è nato.
E molto più recentemente, il 29 giugno 2023, l’ANSA, la più importante agenzia di stampa italiana, ha pubblicato questo articolo.
Astronomi di tutto il mondo hanno annunciato di aver trovato prova di una forma di onde gravitazionali a lungo teorizzata che crea un "ronzio di sottofondo" che rimbomba in tutto l'universo.
La svolta - realizzata da centinaia di scienziati che utilizzano radiotelescopi in Nord America, Europa, Cina, India e Australia dopo anni di lavoro - è stata salutata come una pietra miliare che apre una nuova finestra sull'universo. L'esistenza di queste onde era stata teorizzata da Albert Einstein ma non era stata mai provata finora (…). La teoria principale è che le onde provengano da coppie di buchi neri enormi che si trovano al centro di galassie che si stanno lentamente fondendo. A differenza di quelli che hanno causato le onde gravitazionali rilevate in precedenza, questi buchi neri sono quasi inimmaginabilmente grandi, a volte miliardi di volte più grandi del Sole. In futuro, le onde gravitazionali a bassa frequenza potrebbero rivelare di più anche sul Big Bang e possibilmente far luce sul mistero della materia oscura, hanno detto gli scienziati, oltre a far capire meglio come si formano e si evolvono i buchi neri e le galassie.
Una volta di più, la ricerca scientifica sembra confermare le intuizioni di quei maestri che, millenni fa, sotto le fronde degli alberi indiani, si erano seduti nella postura di meditazione per poi, con infinita pazienza, ascoltarsi, scoprirsi. E quindi anche scoprire i segreti dell’universo, della vita. Con buona pace di chi magari, passando loro davanti, li irrideva, li sbeffeggiava.