Il seminario residenziale è per molti centri yoga l’evento più importante dell’anno. Di solito si svolge in primavera inoltrata, ma non sono poche le scuole che ne organizzano anche in altre stagioni.
Qualunque sia il momento in cui si decide di programmarne uno lungo l’intero weekend, per chi è pronto a lanciarsi in questa impresa potranno forse essere interessanti queste riflessioni nate dalla mia esperienza personale di organizzatore di seminari yoga. Naturalmente, esistono infiniti altri modi per allestirne con successo.
Logistica: l’importanza del compromesso
È importante scegliere bene luogo e data. La struttura che ospita il gruppo dei praticanti dovrebbe trovarsi in un contesto “yogico”, naturale. Boschi, montagne, luoghi a picco sul mare assolvono più che bene questa funzione. Fondamentale che in tavola si serva cibo vegetariano e/o vegano con molta attenzione alle intolleranze alimentari, sempre più frequenti. L’albergo, o residenza che sia, dovrebbe anche essere una costruzione non troppo imponente, senza troppo cemento; per questo sarebbero da preferirsi luoghi di meditazione, centri religiosi, agriturismi. Va ricordato però che a volte le strutture molto “ecologiche” e “fascinose” non possiedono una sala in cui far distendere in Shavasana trenta persone, e quindi sarà necessario trovare qualche forma di compromesso tra un tipo di struttura e l’altro.
Naturalmente, meglio se esiste un’area per la pratica all’aperto e se la struttura è raggiungibile con mezzi pubblici o al limite in automobile. Un lungo percorso a piedi per arrivarci potrebbe indurre i praticanti meno giovani a rinunciare al seminario, evento che invece - per molte ragioni - di solito li attira numerosi. Occhio anche alla data in cui si organizza il weekend. La strada per la struttura non deve essere sbarrata, ad esempio dal passaggio di una corsa ciclistica (molto numerose in primavera-estate), e nei medesimi giorni del seminario non ci dovrebbero essere appuntamenti che possano distogliere l’attenzione dei praticanti: eventi culturali, sportivi, sociali, religiosi eccetera. Anche per questa ragione, dopo un adeguato controllo su internet, si consiglia di stabilire la data del seminario alcuni mesi prima.
Offerta libera o quota fissa?
Gli incontri yogici sono eventi ad altissimo scambio energetico ed è fondamentale che siano accessibili a tutti. Per favorire la partecipazione si può utilizzare la formula dell’offerta libera, ma va ricordato come in questi tempi contrassegnati dalla volatilità, in cui i cambiamenti di programma sono repentini, questa opzione renda impossibile il versamento di un acconto da parte degli iscritti. Questo significa che - in assenza di accordi particolari con la struttura ospitante - in caso di una cancellazione all’ultimo momento, gli organizzatori dovranno accollarsene i costi. Più percorribile finanziariamente quindi sembra la strada della quota fissa con versamento di un anticipo, ma qui sorge il problema - non secondario - del prezzo. Che dire, spetta all’insegnante dare un valore alla propria esperienza. Anche qui bisogna trovare un compromesso tra qualità e costi.
Tema e comunicazione: chiarezza innanzitutto
A mio mio modo di vedere, è più facile organizzare e comunicare un seminario incentrato su un tema, piuttosto che uno intitolato genericamente “Weekend Yoga”. Così è più chiaro come sia strutturato l’appuntamento e come lo si offra agli allievi.
Tra la miriade di temi possibili: un chakra del corpo sottile, un aṅga di Patañjali, un approfondimento su un particolare maestro. Attenzione però al fatto che, con il moltiplicarsi delle scuole di yoga, si è registrato un aumento esponenziale anche dell’offerta dei seminari residenziali. Quindi è consigliabile distinguersi. Se si sceglie un tema molto comune, è bene presentarlo in modo efficace, magari con un titolo accattivante.
Didattica: struttura e sviluppo
Quale che sia il tema scelto è bene ricordare che un weekend dà la possibilità di svilupparlo in modo ordinato. Ciò significa che potrebbe essere grossomodo suddiviso in tre fasi:
introduzione
approfondimento
risoluzione.
L’introduzione è quella in cui il tema del seminario viene presentato ed esposto. Facciamo un esempio: Anahat Chakra, il Chakra “del cuore”. In questa parte se ne potrebbe spiegare il significato letterale (“non colpito”) e quello sottile (è sede dell’amore per sé e gli altri, dell’empatia ecc.), il posizionamento nel corpo astrale, i dettagli per la visualizzazione. Tutte informazioni che, anche se già trasmesse durante l’anno, qui verrebbero messe a sistema in un discorso unico. Sempre consigliata la lettura di qualche brano adeguato, che potremmo scegliere tra i testi antichi; ad esempio quelli sul corpo sottile contenuti nell’Haṭha Yoga Pradīpikā , o quelli più specifici su Anahat Chakra della Śiva Saṃhitā . E poi, naturalmente si parlerebbe di Hridaya, il cuore spirituale. Insomma, l’introduzione dovrebbe incentrarsi sulla parte più teorica e filosofica del seminario.
La fase centrale potrebbe essere dedicata alle tecniche di stimolazione di Anahat, allo scopo di farne esperienza. Ecco quindi che si potrebbero eseguire pratiche specifiche per l’apertura del cuore, Ganesha Mudra, prāṇāyāma che incrementano la sensibilità toracica come Viloma prāṇāyāma (la versione con l’inspirazione frazionata chiamata anche Anuloma prāṇāyāma ), asana con aperture delle braccia e inarcamenti.
È importante ricordare che alcuni allievi non sono abituati a lunghe sessioni e che quindi sarebbe bene concentrare le tecniche più faticose o all’inizio, quando sono ancora freschi, o prima di una pausa o di un pasto.
La parte finale del seminario dovrebbe essere quella in cui tirare le fila di tutto il discorso. Si potrebbe eseguire una meditazione sull’empatia, sulla necessità dell’incontro con l’altro e gli altri. Si potrebbero commentare testi contemporanei* che fungano da contraltare ai brani antichi letti in precedenza.
In chiusura, ci si potrebbe concentrare su una pratica ad alto tasso partecipativo che proietti nella concretezza tutto il discorso sull’amore e l’empatia svolto durante il fine settimana. Un’idea potrebbe essere quella di sistemare i praticanti bendati a coppie chiedendogli di percepire la presenza, la vibrazione emozionale trasmessa dal compagno/a per scoprire di chi si tratti.
A queste tre parti principali, potrebbero essere aggiunte una piccola cerimonia di benvenuto all’inizio del seminario e una per il commiato alla fine. Nella prima si dà agli allievi la possibilità di presentarsi e poi si cerca di calarsi tutti insieme, attraverso una breve pratica o il canto di un mantra, nello spirito giusto per condividere le emozioni del weekend. Nella seconda, un breve incontro per un congedo di gruppo ha la funzione di sciogliere le energie accumulate durante le sessioni e augurare a ciascuno un piacevole ritorno alla propria vita quotidiana.
L’importanza del passo indietro
Per quel che mi riguarda, ho scoperto nel tempo quanto sia importante non cadere nell’errore di imbottire il seminario di sessioni e appuntamenti. Occorre ricordare che, per molti praticanti, il weekend della scuola yoga è anche un momento per stare insieme a persone con cui si è stretto un legame e con le quali si desidera avere tempo da condividere. Per questo è consigliabile lasciare nel programma fasce orarie vuote, ad esempio a metà mattinata e metà pomeriggio, o quelle dopo pranzo o prima di cena, per favorire incontri e dinamiche di gruppo. Un insegnante potrebbe insomma cogliere l’occasione per fare un passo indietro.
In più, grazie a questa semplice avvertenza ci si può ritagliare momenti per colloqui personalizzati, molto importanti per gli allievi. Medesimo passo indietro poi si potrebbe fare accettando di consegnare i propri allievi a un altro insegnante per almeno un paio di lezioni. D’altronde, è difficile che un maestro possa guidare da solo tutte le pratiche di un weekend e sarebbe importante per i praticanti confrontarsi con uno stile di conduzione completamente diverso dal solito. Se si sceglie questa strada, è bene trovarsi un/a partner che porti approcci e tecniche nuove.
Meglio non esagerare
Sarebbe meglio non lasciarsi ammaliare da pratiche eccessivamente laboriose e complesse. Vero, l’appuntamento residenziale è il momento in cui si propongo tecniche che nelle lezioni settimanali sono impossibili da eseguire, uno Yoga Nidra adeguatamente preparato, ad esempio, ma è meglio non esagerare. Ricordo un incontro con un centinaio di persone che, sedute in un mandala a gambe incrociate, dovevano cantare un mantra appiccicato sulla schiena del compagno davanti. Tra scotch e fogli che volavano ci sono voluti dieci minuti prima che tutti si sistemassero e nel frattempo la concentrazione del gruppo era svanita.
Bisognerebbe tenere a mente che la voglia di comunicare del maestro/a non dovrebbe mai soverchiare la capacità/possibilità di apprendere degli allievi.
Tre elementi importanti
In chiusura, ho avuto modo di vedere negli anni come ci siano tre ingredienti capaci di contribuire alla buona riuscita di un seminario. Il primo: inserire nel programma qualche pratica inattesa, nuova per tutti gli allievi, anche rischiando di proporre qualcosa di poco ortodosso come la pratica a coppie e bendati accennata più sopra. Bene sottolineare però che qualunque sia la “pratica a sorpresa” sarà probabilmente quella maggiormente ricordata dai partecipanti, e lo sarà tanto più sarà originale; quindi è fondamentale che sia il veicolo principale del tema scelto per il seminario. In caso contrario una pratica molto coraggiosa e coinvolgente, ma fuori fuoco rispetto al tema scelto, rischierebbe di snaturare il seminario nel suo insieme.
Secondo suggerimento: lasciare qualcosa di concreto che il praticante possa portarsi a casa dopo l’incontro. E non si tratta quindi di insegnamenti e idee, che ovviamente devono saper toccare i cuori e le menti degli allievi (senza questa trasmissione nessun evento residenziale ha senso), ma proprio di qualche oggetto tangibile che, una volta ritrovato nella propria quotidianità, abbia il potere magico di riportare il partecipante alle atmosfere, all’energia del seminario. Potrebbero essere gradite le trascrizioni/fotocopie di sequenze di asana o mantra personali, piccoli doni come braccialetti, cartoline con il programma o magliette con il titolo dell’evento.
In chiusura, l’ultimo consiglio è non ripetersi. È meglio cambiare temi, pratiche e situazioni di anno in anno. Questo ha un duplice scopo. Garantire agli allievi un percorso di scoperta sempre nuovo, tanto più che di solito ogni centro può contare su uno “zoccolo duro” di persone che partecipa al seminario un anno dopo l’altro. D’altro canto poi, la continua innovazione e l’inesausto ricambio dei contenuti del seminario rappresentano per i maestri una sfida a studiare e approfondire temi diversi per presentare lezioni sempre diverse. Inoltre, con questo approccio si sottolinea quale sia l’insegnamento più importante che i seminari residenziali intendono impartire ad allievi e maestri: nulla conta quanto il desiderio di migliorarsi.
*Ad esempio Il libro dei Chakra di Anodea Judith, Neri Pozza 1998, oppure, della stessa autrice, Chakra - Ruote di vita, Macro, 2015
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Percorsi Yoga, Anno XXV/n. 86, luglio 2024.