Personalmente, trovo che a lezione alcuni insegnanti di yoga parlino troppo. Non tutti, certamente, e ogni maestro è costretto ad affidarsi alla parola, altrimenti non potrebbe condividere con gli allievi una filosofia complessa come lo yoga; e poi va detto che una lezione di yoga è sempre anche una lezione di meditazione in movimento. Il linguaggio ne è parte fondamentale. È indubbio però che l’eccesso di comunicazione vada a discapito del raccoglimento interiore chiesto a ogni praticante.
Sotto una tempesta di parole in sanscrito, suggerimenti e istruzioni - in molti casi troppo dettagliate - come è possibile ascoltarsi, scoprirsi, accedere a quella dimensione privatissima di sé, all’interno del Sé, nella quale lo yoga può condurci?
E senza questo raccoglimento profondo, si può davvero parlare di yoga, o piuttosto siamo alle prese con una delle volgarizzazioni di cui lo yoga - soprattutto l’hatha yoga, quello “dello sforzo” - è stato vittima in questi anni?
Restando nell’ambito di ciò che possiamo definire - con innumerevoli sfumature e attraverso infinite interpretazioni - yoga autentico, è da notare che l’eccesso di verbalizzazione nasce da molte ragioni.
La prima e più ovvia è che gli insegnanti sono persone tutte diverse per sesso, formazione, carattere e storia personale, e che quindi così come se ne incontrano di assai ciarlieri, se ne trovano anche di parecchio taciturni. Non c’è niente di strano.
La seconda ragione del differente livello di verbalizzazione tra un maestro, o maestra, e l’altra/o ha strettamente a che fare con lo yoga in cui questa persona crede, e di conseguenza quali argomenti analizza, condivide, diffonde. Un insegnante particolarmente interessato ai miti vedici - molto complessi per genesi, tradizione e persino nella loro stessa natura - sarà giocoforza costretto a spiegarli dettagliatamente. Più ne affronterà nel corso dell’anno, più le sue lezioni saranno disseminate di introduzioni teoriche, particolari narrativi, approfondimenti di carattere personale. Non di rado, capita di sentire qualche insegnante perdersi in un ginepraio di miti che si rimandano l’un l’altro, giungendo al nocciolo della spiegazione solo dopo molti giri a vuoto. E chiaro che una didattica di questo tipo ha bisogno di una certa abilità di sintesi. Merce rara, in questi tempi di logorroici messaggi vocali su whattsapp!
Al contrario. chi predilige un insegnamento più legato alle energie sottili, una volta spiegata come si deve la mappa del corpo pranico, può invitare i suoi allievi a farne diretta esperienza nel corso dell’ anno. Ha meno bisogno di parlare perché ha meno fede nel mondo del mito, della concettualizzazione e del racconto, e più in quella della comprensione personale che scaturisce dall’emozione in presa diretta.
Altro fenomeno in cui è facile imbattersi: insegnanti - anche con una grande preparazione alle spalle - che ignorano il problema - ben noto a chi fa del linguaggio e della scrittura il proprio lavoro - che esiste un problema di consunzione delle parole. Una vera emergenza per noi, che viviamo qui nell’ipercomunicante occidente, e che giustamente magari un saggio yogin che viveva in una caverna cento, o anche solo cinquant’anni fa, neanche prendeva in considerazione.
Qui oggi lo yoga deve comunicare concetti molto importanti di carattere teistico e filosofico, oppure più semplicemente parlare di autocontrollo e comprensione, e bisognerebbe essere consapevoli che - almeno in qualche misura - più questi concetti vengono ripetuti, più tendono a perdere consistenza, credibilità, valore. E poi bisognerebbe tenere presente che si va a lezione di yoga per scoprire dentro di sé il modo di ritrovarli e farli risplendere, questi valori, non tanto per farseli ripetere mille volte. Peggio ancora se poi questa condivisione avviene attraverso un insegnamento con il ditino alzato, sempre giudicante, che è purtroppo un retaggio di prediche che nulla hanno a che fare con lo yoga.
Da ricordare poi un ultimo caso in cui ci si trova davanti a un eccesso di parola, l’unico davvero comprensibile. Spesso più gli insegnanti invecchiano, più parlano. È normale. Meno tempo si sa di avere a disposizione e più si tende a riempirlo. Chi si è dedicato all’insegnamento, nella seconda parte della vita si sente spinto a comunicare di più nel tentativo di trasmettere meglio ciò che ha imparato.
Spetta comunque a noi praticanti ricordare che il silenzio è fondamentale. Solo il silenzio spalanca la porta del nostro mondo interiore. Lo spiega la grande maestra Vimala Thakar nel suo magnifico libro Il mistero del silenzio, pubblicato in Italia da Ubaldini Editore.
“Gran parte di noi è vittima dell’irrequietezza verbale. Siamo schiavi di una verbalizzazione non autorizzata, non accurata e non scientifica. Pochissimi di noi si rendono conto che esiste una relazione intima tra la libertà di parola e lo stato di meditazione. Pochissimi si rendono conto che la costante verbalizzazione costituisce uno dei più grandi ostacoli lungo il sentiero della meditazione. (…) La verbalizzazione danneggia lo stato di rilassamento. È come la lebbra: una volta che mette radici nel suolo della coscienza, si ramifica in ogni parte del vostro essere. Si parla o delle cose che sono accadute nel passato o di quelle che potrebbero accadere nel futuro. Ogni ripetizione rafforza il radicamento dell’io. Bisogna dunque imparare come verbalizzare, quando verbalizzare e quando no”.
Un suggerimento che dovrebbe valere per tutte le persone in una sala yoga, allievi o insegnanti che siano.