Yama e Niyama, le restrizioni e le osservanze secondo lo yoga teorizzato da Patanjali nei suoi aforismi duemila anni fa, sono gli insegnamenti sui quali l'intera pratica si poggia.
Tra i primi il più famoso resta probabilmente Ahimsa, il rifiuto di ogni tipo di violenza. Tra i secondi forse i più citati a lezione sono Saucha (purezza, pulizia del corpo e non solo) che sta alla base di tutte le tecniche di purificazione, pranayama compresi, e il più sfaccettato Tapas, l'ardore, l'impegno personale.
Tra gli argomenti che meriterebbero di essere più trattati c'è probabilmente Santosha, uno dei Nyama tradotto solitamente come "accontentarsi".
"La suprema felicità deriva dall'accontentarsi", Aforismi dello yoga II, 42.
È questa la traduzione firmata Renato Pedio contenuta in La scienza dello Yoga di I. Taimni (Astrolabio Editore). Si tratta di un esteso, approfondito e molto consigliato commento al testo originario di Patanjali.
Il significato è chiaro. Il desiderio è un nemico. Lo è a qualunque grado di intensità perché produce attaccamento, ma diventa particolarmente insidioso quando non trova limite, quando la vita stessa diventa un percorso di oggetti/emozioni da collezionare senza sosta. Come possono esserci benessere e quiete quando siamo perennementi protesi ad impossessarci, a conquistare?
In La scienza dello yoga Taimni, specifica: "Soltanto quando quei desideri saranno saranno stati eliminati, e la mente sarà divenuta perfettamente calma, conosceremo che cosa sia la vera felicità. Quella gioia sottile, definita sukha, e proveniente dall'interno, è indipendente dalle circostanze esteriori e costituisce in realtà un riflesso dell'ananda (beatitudine, n.d.r.), uno dei tre aspetti fondamentali del Sé."
L'attenzione al mondo che c'è fuori distoglie l'attenzione dall'universo che c'è dentro, insomma; un luogo dove c'è già una gioia che potremmo definire immortale. Non ha bisogno di grandi cose e soprattutto è sempre lì ad aspettarci.
Certo, nell'India di duemila anni anni fa - ai tempi di Patanjali - e di oggi, e in moltissimi paesi del mondo dove le masse vivono nella miseria più nera, spesso ostaggio di malattie endemiche e conflitti sanguinari, accontentarsi del poco che si ha è decisivo per raggiungere un minimo di stabilità mentale.
Ma noi qui, rispetto a quegli sventurati, siamo degli occidentali baciati dalla fortuna. Abbiamo tutto ciò che è fondamentale per vivere: salute, rifugio, calore, stabilità, affetti e denaro, e lasciamo perdere se poi magari in qualche frangente, come è stato in questi lunghi tempi pandemici, non abbiamo tutto queste cose insieme.
Riflettendoci, osservando con il giusto distacco il mare di oggetti che abbiamo accumulato nelle nostre case opulente, ad esempio, potremo chiederci quali di questi siano veramente importanti. Potremmo liquidarli con un sorriso, magari, e così scoprire un significato leggermente diverso dell'osservanza Santosha codificata da Patanjali, ma probabilmente più adatto a noi. Non più tanto "accontentarsi" quanto "contentezza di sé"; che per noi che abbiamo tutto è la traduzione del termine più calzante. Per le persone che siamo. Per la vita che facciamo.
Silvio Bernelli