Bhagavad-Gita, a ciascuno la sua

  • Autore: Silvio Bernelli

La Bhagavad-Gita è ritenuto uno dei testi fondanti dello yoga, eppure, gli insegnamenti che vi troviamo cambiano - in modo anche sostanziale - a seconda dell'edizione che leggiamo. Questo effetto straniante è prodotto in parte dal sanscrito, la lingua originale in cui il testo è stato redatto e poi tramandato. Lo stesso termine "sanscrito" significa "elaborato" oppure, secondo la vulgata, "perfetto."

È insomma il sanscrito una lingua di tale sottigliezza da coniare parole spesso difficilmente traducibili in italiano. Naturalmente, visto che tutti i grandi libri dello yoga indiano sono in sanscrito, il problema delle diverse traduzioni del medesimo testo investe per intero la bibliografia della yoga.

In più, della Bhagavad-Gita (Canto del Beato o Canto del Glorioso Signore nel titolo in sanscrito) esistono diverse versioni nella lingua originaria. Il testo si presenta come il libro centrale del monumentale ciclo narrativo denominato Mahabharata, composto forse intorno al 500 A.C., ma poi continuamente riscritto e aggiornato.

Presto detta la storia contenuta in quello che tecnicamente è un poema epico. Sul campo di battaglia sono schierati gli eserciti di due clan rivali imparentati tra loro: i Kaurava e i Pandava. A capo di questi ultimi c'è il leggendario arciere Arjuna. Improvvisamente, un attimo prima di entrare in battaglia, Arjuna realizza che sta per scontrarsi con alcune delle persone con cui è cresciuto, ha un mancamento e si rifiuta di combattere. Gli viene in soccorso il suo auriga, che si rivelerà essere Krishna, un avatar del Dio Vishnù, che lo convince a combattere impartendogli una vera e propria lezione di vita e di yoga. Arjuna si riprende, si lancia all'assalto e sbaraglia i suoi nemici.

Tra i moltissimi insegnamenti di Krishna ad Arjuna, spiccano tre famose definizioni dello yoga.

"Lo yoga è equanimità" 48, II.

"Lo yoga è maestria nelle azioni" 50, II.

"(...) lo yoga (ed) è lo scioglimento dell'unione con la sofferenza" 23,VI.

Se il primo e il terzo di questi versi sono comprensibili alla prima lettura, per il secondo va specificato che la "maestria nelle azioni" è quella che permette di compiere un'azione senza attaccamento, rinunciando al frutto dell'azione, al risultato. Non si tratta insomma di saper eseguire perfettamente trikonasana, come purtroppo si sente dire a volte a lezione.

Questa è comunque la traduzione dal sanscrito di Stefano Piano contenuta nella Bhagavad-Gita uscita per Edizioni San Paolo nel 1994 e riproposta da RCS-Fabbri nel 1996.

Leggermente diversa è la traduzione dei medesimi versi che compare nell'edizione Ubaldini Editore (traduzione di Icilio Vecchiotti) del 1964, più volte ristampata.

"La mente in equilibrio (continuo) di indifferenza ha il nome di yoga" 48, II.

"Lo yoga è abilità nell'agire" 50, II.

"Si conosca come quello che chiamano yoga questo distacco dalla somma delle cose che danno dolore" 23,VI.

Il secondo e il terzo verso corrispondono, almeno per quanto riguarda il significato, ma tra il concetto di "indifferenza" proposto da Vecchiotti per il primo verso e quello di "equanimità" di Piano c'è discordia. Eppure si tratta di due traduzioni diverse del medesimo termino sanscrito "savatma" o "savatmam", segnalato nell'apposta nota di Piano e inserito nel testo originale impaginato nell'edizione Ubaldini.

In italiano "equanime" deriva dall'espressione latina "aequos animus", "con eguale animo", che significa quindi più esattamente "imparziale". Non suona freddo e sgradevole come "indifferente", un aggettivo ben poco consono al mondo accogliente e partecipato dello yoga.

Il significato complessivo del testo di Vecchiotti, lo si capisce proseguendo la lettura, è però lo stesso della versione di Piano. Medesimo discorso si può fare per l'edizione BUR del 1987 poi ristampata da Mondadori nel 2019 (traduzione di Raniero Gnoli).

"Lo yoga, si dice, è uguaglianza" 48, II.

"Lo yoga è l'abilità nelle azioni" 50, II.

"Questo stato (...) è il cosiddetto yoga, consistente in una separazione dal dolore" 23,VI.

Piano, Vecchiotti e Gnoli concordano insomma sulle fondamenta dell'insegnamento trasmesso da Krishna ad Arjuna. Al centro di tutto, naturalmente la parola stessa "yoga", il cui significato originario è "unire", "legare", "congiungere" umano e divinità, ma anche corpo, mente e anima.

È chiaro che se si vuole enfatizzare l'importanza della Bhagavad–Gita nello yoga inteso come pratica, non lo si traduce e lo si chiama semplicemente "yoga". Se invece il traduttore è un sanscritista non particolarmente interessato allo yoga, non usa la parola yoga e traduce il termine nel suo significato letterale di "unire", "legare" eccetera. E così facendo mette in pagina un testo che per un praticante yoga è meno comprensibile.


È probabilmente questo il caso dell'edizione Adelphi del 1976, basata su una precedente francese curata da Anne-Marie Esnoul a sua volta tradotta in italiano da Bianca Candian, più volte ristampata in Italia. Qui, rispetto alle versioni che abbiamo letto, le differenze sono sostanziali.

"L'equanimità - ecco ciò che si chiama disciplina" 48, II.

"(...) questa disciplina che consiste nell'abile padronanza nel campo dell'azione" 50, II.

"Questo dissolversi dell'unione con la sofferenza si deve sapere che è ciò che viene chiamato "unione yogica" 23,VI.

Considerando che la parola yoga non compare nei primi due versi e neanche nelle pagine che li precedono, è chiaro che il praticante yoga può sentirsi disorientato. Nell'edizione Adelphi la parola yoga si legge per la prima volta e tra parentesi soltanto più avanti (61,II). "Bisogna dunque padroneggiarli (i sensi N.d.A.), raccogliendosi e mantenendosi nella disciplina (dello yoga)..."

L'edizione Adelphi non contiene il testo in sanscrito a fronte, quindi è impossibile controllare se l'eliminazione iniziale della parola "yoga" in questi versi derivi da lì, ma nella nota al fondo del libro Mario Piantello riassume la più che complessa avventura editoriale del Mahabharata, di cui la Bhagavad-Gita fa parte. "I numerosissimi manoscritti che ci sono pervenuti hanno dato occasione a un tormentato lavoro editoriale: l'edizione della Asiatic Society di Calcutta ,1834-39, e quella di Bombay, 1863, presentano la cosiddetta recensione settentrionale; l'edizione di Kumbhakonam, 1906-14, e quella di Madras, 1931-36, la recensione cosiddetta meridionale. La mirabile edizione critica del Bhandarkar Oriental Resarch Institute di Poona (..) ci fornisce una recensione pazientemente ricostruita a partire da entrambe le precedenti...". Insomma, ci sono tantissime Bhagavad-Gita e le traduzioni in ogni lingua hanno chiaramente fatto di questo libro così importante un poema-palinsesto che mai troverà una versione unica, perpetrando negli anni la sua natura intimamente inafferrabile.

Lasciando ai sanscritisti e agli ambiti universitari la disputa per l'edizione della Bhagavad-Gita più corretta sul piano filologico, questo piccolo viaggio attraverso le discordanze delle varie traduzioni può ricordare a noi praticanti yoga come i testi citati durante le lezioni non siano scolpiti nella pietra, ma siano sempre il frutto del lavoro di tantissimi autori che si sono succeduti e sovrapposti nei secoli. Insomma, tra le molte Bhagavad-Gita ciascuno è libero di trovare la propria per leggerla, nel rispetto dell'insegnamento originario, alla luce delle propria sensibilità, a riprova di come lo yoga rimanga prima di tutto un'esperienza personale, profonda e in qualche misura incomunicabile, nella quale è cruciale il valore dell'interpretazione individuale. Senza di questa, lo yoga non potrebbe essere com'è: sempre cangiante, sempre sorprendente, sempre vivo.

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