Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: oggi è difficile riuscire a conquistare l'attenzione delle persone. E si tratti di estranei o amici la situazione migliora assai meno di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Che è successo? Perché sempre più sovente si ha la sensazione di parlare con qualcuno che non ascolta? Perché è sempre più arduo entrare in contatto con gli altri? Perché tanta genta sembra disinteressata a ciò che gli accade intorno?
Basta osservare i comportamenti delle persone durante i lunghi viaggi per capire come il mercato dell'attenzione sia stato colonizzato da internet, social network e via digitando. C'è chi è capace di perdersi nel proprio smartphone da quando sale sul treno a Torino a quando scende a Napoli. Oppure pensiamo agli spot degli store-on-line che ci suggeriscono di mollare tutto e accaparrarci un prodotto scontato in ogni momento della vita, perfino il più privato. Insomma, la società dell'offerta è pronta a tutto pur di distoglierci dal luogo in cui siamo, dalla situazione che viviamo. In continuazione, siamo spinti a compiere un percorso dal dentro al fuori, dalla nostra coscienza alla grande vetrina delle possibilità, dell'abbondanza, del sogno.
La conseguenza è che la consapevolezza di ciò che si fa nel momento in cui lo si fa è un bene sempre più raro.
Un articolo di Matteo Pinci apparso a dicembre scorso sul quotidiano La Repubblica spiega come persino per gli abbonati al campionato di calcio (un sport che è una delle "case" per eccellenza della passione) seguire un match per intero sia un' impresa. Dagli ultimi rilevamenti pare che l'attenzione media dei tifosi che seguono le partite attraverso smartphone o tablet ammonti a 35 minuti sui 90 della durata complessiva. Dopo chattano, navigano su internet, fanno altro.
D'altronde, come potrebbe facilmente testimoniare un insegnante che diventa matto per sintonizzarsi su alunni non più in grado di seguire una lezione frontale, siamo davanti a un crollo generalizzato della concentrazione. Che non riguarda il 3-4% degli adulti che si stima soffrano patologicamente di deficit dell'attenzione (la sindrome ADHD), ma la stragrande maggioranza delle persone che ci stanno intorno e che, egualmente, paiono non essere più in grado appassionarsi a nulla per più due minuti.
E chiunque negli ultimi tempi si sia prodigato per organizzare piccole produzioni, mostre, concerti e proiezioni lo sa bene. È difficilissimo intercettare un pubblico e convincerlo a uscire di casa per partecipare a un evento.
Certo, c'entrano anche questioni economiche (leggi inflazione + recessione in arrivo) e congiunturali (la strisciante paura prodotta dalle guerre in Ucraina e a Gaza), o il lungo post-Covid che ha terremotato le abitudini di molti, ma è ovvio che è sempre più difficile stanare le persone dai mondi in cui hanno preso l'abitudine di vagare.
Che fare, allora? Ad esempio, possiamo cominciare come sempre da noi stessi - ecco l'ingrediente segreto alla base di ogni vera rivoluzione - e prendersi cura della nostra consapevolezza, della coscienza di ciò che si fa nel momento in cui lo si fa. Per questo, l'India ha regalato al mondo lo yoga.
Una filosofia, una pratica spirituale, che si basa proprio sul compiere il percorso dal fuori al dentro in grado di focalizzare la persona sulle sue vere necessità.
Pratyahara è la parola sanscrita che descrive il processo di ricentratura codificato dal Grande Maestro Patanjali nel suo Aforismi dello yoga. Si tratta di rovesciare l'attenzione su ciò che accade in noi per osservarsi, sorvegliarsi. Ritrazione dei sensi, raccoglimento, questa la traduzione dal sanscrito del termine Pratyahara. Secondo Patanjali avviene quando "(..) i sensi, sganciandosi dagli oggetti loro propri, si conformano alla mente" (54, II, Aforismi dello Yoga nella traduzione di Paolo Magnone, Magnanelli Editore, 1991).
Un modo un po' criptico, tipico del linguaggio iniziatico di un testo nato per accompagnare l'insegnamento maestro-allievo, per spiegare come nello stato di Pratyahara i sensi smettano finalmente di interessarsi a tutto l'inutile che c'è intorno a noi.
Così entriamo nello stato che Patanjali chiama Dharana, "concentrazione, "attenzione" in italiano. Che il maestro descrive come "localizzazione della mente" (1, III). Si può insomma finalmente radicarsi nella coscienza e comprendere cosa davvero conta, cosa davvero è necessario fare, e soprattutto non fare , per coltivare la nostra sensibilità, la nostra capacità di ascolto e risvegliare la voglia di amare e farsi amare, condivire le esperienze, conoscere gli altri.
Guardarsi dentro, insomma, serve a ritrovare l'umanità perduta di una vita sempre più disintegrata e rarefatta; solo così possiamo riconquistare l'attenzione necessaria per stabilire quel contatto tra le persone che ora, più che mai, manca.