In Italia i maschi sono appena il 10-15% dei praticanti yoga. Naturalmente, questo significa che in alcune occasioni raggiungono anche il 20-25%, soprattutto se il maestro è uomo; se invece si tratta di una maestra, e che magari opera in una cittadina di provincia, la percentuale dei maschi crolla in modo vertiginoso.
In alcuni incontri che ho tenuto in piccoli centri urbani per presentare il mio romanzo “In yoga”, o per seminari su temi specifici, mi sono trovato in sale con trenta donne di ogni età, estrazione sociale e provenienza geografica e nessun uomo, neanche uno, zero.
Sottolineato che chi scrive considera uomo o donna chi si sente tale e che le persone “fluide” sono libere di pensarsi come vogliono, le differenze di partecipazione per sesso restano troppo clamorose per essere ignorate. Cosa fa pensare che una pratica nata per prendersi cura dell’essere umano a prescindere da qualsivoglia identità di genere, qui in Occidente sia preferita in questa misura dal pubblico femminile? E ancora, come è possibile che una disciplina riservata per secoli ai soli uomini oggi li faccia scappare a gambe levate?
È da rimarcare che questa realtà non è affatto limitata agli allievi. Secondo i dati pubblicati quest’anno dalla Y.A.N.I. (Yoga Associazione Nazionale Insegnanti), la più importante realtà del settore, l’85% degli iscritti è donna (vedi Percorsi Yoga, gennaio 2024, Anno XXV, n. 85).
Sempre difficile, naturalmente, dare risposte perentorie alla scarsità della partecipazione maschile allo yoga in Italia; ma proviamo qui ad azzardare almeno qualche ipotesi. Naturalmente, per addentrarci in un discorso così impervio faremo ricorso a molte generalizzazioni. Prego lettori e lettrici di prenderle con la dovuta tara.
Intanto va detto che qui da noi spesso agli uomini - a noi uomini - l’idea di intraprendere il viaggio di crescita interiore proposto dallo yoga neanche passa per l’anticamera del cervello. In più le posture e le movenze lente, per quanto anche intense sul piano fisico, al maschio medio risultano poco attrattive, financo noiose. Molto meglio la singolare - e poco studiata anche da chi la fa - meditazione in movimento garantita della corsa, oppure il calcetto. Gli sport di squadra divertono e cementano cerchie di amicizie simili. L’aggregazione maschile passa più attraverso la competizione, anche con il proprio cronometro, e la prestazione, e meno lungo le rotte della presenza mentale, della consapevolezza del corpo.
E proprio il rapporto con il corpo gioca un ruolo fondamentale. Le donne, basti pensare a ovulazioni, cicli mestruali e gravidanze, sono più abituate ad ascoltarsi, a sentirsi, di quanto solitamente non faccia la gran parte degli uomini. Ovvio che vengano spinte più facilmente a interessarsi a una disciplina che utilizza il corpo come strumento di auto-indagine.
E poi urge ammettere che alcune caratteristiche necessarie per intraprendere il cammino dello yoga si ritrovino più facilmente nell’universo femminile che in quello maschile: una più acuta tendenza alla condivisione, all’incontro; una certa capacità a tenere a bada il proprio ego; per non parlare poi del talento magico per l’intuizione, la scoperta.
A queste caratteristiche per così dire personali, in Italia se ne aggiungono altre legate alla storia del nostro paese.
Lo yoga è arrivato da noi tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. L’era dell’Acquario e del flower-power, in cui la cultura hippy aveva trovato nello yoga facile approdo. In fondo, molti erano i valori condivisi. Tra questi l’inclinazione al misticismo, la passione per la consapevolezza che avrebbe scardinato “le porte della percezione”, Aldous Huxley dixit, la tendenza a lasciare che le cose accadano senza preoccuparsene granché e a visitare gli stati particolari della mente; nel senso buono della meditazione e in quello - assai discutibile - dello sballo, dei Sadhu strafatti.
Furono queste motivazioni, e l’istinto per una vita meno frenetica e complessa di quella che si stava affermando da noi, a portare milioni di giovani occidentali in India. Un paese in cui vivere costava nulla, con meravigliose vestigia storiche, giungle rigogliose e spiagge da sogno, in cui ci si poteva fare i fatti propri ben più che in tante opprimenti cittadine italiane.
Erano quelli i medesimi anni del movimento di emancipazione femminile, e non a caso, una volta tornate in Italia, molte ex-hippy hanno scelto lo yoga come professione e mezzo di realizzazione personale. Numerose tra le prime, eroiche maestre italiane hanno vissuto proprio questa avventura. Attorno a loro si è più facilmente coaugulata una comunità di praticanti in gran parte del medesimo sesso, vista la perdurante ritrosia di molti uomini a entrare in ambienti in cui, contrariamente al solito, non sono maggioranza.
Possibile quindi che la pratica, almeno in qualche caso, si sia pian piano sviluppata su una linea più congeniale alle donne in cui, tanto per fare un esempio legato all’Hatha yoga, le posizioni “in spaccata”, fisiologicamente più abbordabili alle donne, prevalevano sugli appoggi di forza sulle braccia, più consoni alla massa muscolare maschile. Allo stesso modo, è possibile siano state meno indagate le tecniche che richiedono una maggiore capacità respiratoria, (in media, quella degli uomini è circa il 30% superiore a quella delle donne), Kapalabhati o Bhastrika, privilegiando invece pranayama meno invasivi come Nadi Shodana o l’autoterapia del Dottor Bhole, meno sfidanti sul piano fisico e forse meno attrattive per certi uomini.
Un altro fattore che ha possibilmente allontanato parecchi uomini dalla pratica credo sia l’immagine della yoga. In particolare, è importante l’abbigliamento “indo-hippy” corredato da collanine e braccialetti, sovente utilizzato dai praticanti, che è soprattutto un retaggio del collegamento tra lo yoga e la vita fricchettona a cui si faceva riferimento più sopra.
Il fatto che questa moda sia riservata al mercato europeo e americano - oggi quasi nessuno in India si veste così - non fa che rimarcare la forza dell’immagine mitica di quegli anni ’60 che, per molti maschi occidentali, magari cresciuti nel mondo della controcultura e dell’arte d’avanguardia (come il sottoscritto), era ed è respingente.
A questi elementi, negli ultimi anni si è aggiunta la pervasiva presenza del marketing che ha trovato buon gioco nell’inserire lo yoga in una precisa categoria: quella della self-care, del wellness. Sono settori merceologici per i quali le donne sono il target prediletto. In ormai innumerevoli spot pubblicitari, lo yoga viene presentato come un’attività dolce, rilassante, perfetta per chi, senza troppi sforzi, vuole passare un paio d’ore con le amiche, magari discutendo di assorbenti intimi mentre si è in Bhujangasana. È esattamente questa la situazione messa in scena da uno spot televisivo in onda in questi mesi su tutte le reti.
Immagini di questo tipo, insieme al successo di fenomeni come lo yoga in gravidanza, e la pratica (di non si sa bene quale tipo) propagandata nei programmi tv del pomeriggio da alcuni celebrità, Madonna in primis, come ginnastica rigenerante/rimedio all’età che avanza, non fanno che - anche involontariamente - lanciare un messaggio: uomo, tutto questo non fa per te.
Stessa cosa si potrebbe dire del diffondersi dell’home yoga, nel quale l’insegnante (donna nel 99% dei casi) ospita direttamente a casa propria amiche e vicine di pianerottolo, proponendo uno yoga eccessivamente ingentilito dall’ausilio di cuscini, coperte e tisane calde. Chi è al corrente delle abitudini indiane sa che là ci si trova a praticare anche sul cemento grezzo, con giusto un sottile tappeto a doppio dritto, in ambienti che definire spartani è già fargli un complimento.
D’altronde, chi conosce la yoga sa benissimo che rilassamento, benessere e un sano invecchiamento non sono che effetti collaterali e che gli scopi della disciplina sono ben altri, egualmente auspicabili per donne, uomini e transgender: la trasformazione interiore che porta alla scoperta del Sé, il governo della mente, la stimolazione delle energie vitali.
Non va dimenticato infatti che, alle tecniche rilassanti con i quali i mass media martellano le proprie audience, lo yoga ne affianca di parecchio faticose, a prescindere dal sesso di chi le sperimenta. Il potente Respiro del Fuoco, ad esempio, le impegnative sequenze strutturate da Pattabhi Jones, l’inventore dell’Ashtanga Yoga, o da maestri come Krishnamacharya e il figlio Desikachar. Pranayama, Asana e Vinyasa che vengono meglio con po’ più di fiato e di forza muscolare, e nei quali vigore e resistenza fisica imparano ad armonizzarsi con le arti della pazienza e della dedizione.
Niente di sorprendente, in fondo. Lo yoga crede che l’essere umano contenga in sé sia la polarità femminile che quella maschile, e le infinite sfumature tra una e l’altra. Imparare ad equilibrare pulsioni ed energie della prima con quelle della seconda è il segreto di una vita retta e consapevole.
Lo yoga è una filosofia cosmoteandrica. Significa che in ciascuno di noi c’è tutto il mondo, tutto l’universo. Si può trovare e far risplendere. Perché questa accada, basta riuscire ad andare oltre ai luoghi comuni, alle immagini della pubblicità e agli aspetti più folkloristici dello yoga. Perché tutti questi non sono che componenti diversi della medesima superficie che lo yoga si propone di rompere, squarciare, distruggere. Non ha alcuna importanza che tu sia donna, uomo, transgender. Se hai voglia di scoprirti, lo yoga è per te.