Yoga: in perfetto equilibrio tra sforzo e contentezza

  • Autore: Silvio Bernelli

Tra le osservanze codificate da Patanjali negli Aforismi dello yoga, Santosha pare una delle più sfuggenti. A volte viene tradotta come "accontentarsi", altre come "contentezza" e altre ancora come "letizia", ma lasciamo ai sanscritisti il compito di sciogliere ogni dubbio. Qui prendiamo per buona la "contentezza" che è da considerarsi importante anche nell'ottica di una pratica Hatha: agile o rigido che sia il corpo, quando si esegue un asana ci si deve sentire comunque in Santosha.

Però è difficile essere contenti della postura quando spunta un'improvvisa fitta al polpaccio durante l'esecuzione di Astha Utthanasana o alla spalla nell'arduo Chaturanga.

In questi i momenti il corpo si desta e avverte che si è raggiunto un limite, un confine che nell'Hatha yoga può - anzi, deve - essere sollecitato, ma non varcato. Sarà poi la pratica stessa attraverso il tempo a spostare sempre più in là questo confine, donando a yogin e yoghini un corpo più prestante, il tempio che il merita.

L'apparizione di indolenzimenti e tensioni può distogliere l'allievo dal suo stato di Santosha e, se questi è agli esordi, proverà la delusione di non sentirsi all'altezza. Potrà pensare che l'avventura dell'Hatha yoga nel suo insieme non sia per lui o per lei.

Niente insomma è peggio di uno yoga che delude, deprime, allontana. Lo sanno bene i praticanti che si trovano davanti a limiti fisici causati da qualche seria malattia o da gravi o magari gravissimi incidenti stradali (è questo il caso di chi scrive). La scioltezza e la resistenza del corpo sono giocoforza più modeste e la pratica di Santosha è così indispensabile che diventa presto connaturata.

Chi ha parti del corpo doloranti, poco rispondenti o addirittura inerti può infatti osservare con maggiore consapevolezza la realtà del suo stato e, allo stesso tempo, cogliere l'importanza di ogni piccolo movimento, di ogni piccola libertà.

Se il praticante è anche un insegnante può fare di questo la propria forza. Gli allievi guardano con rispetto un insegnante che non nasconde i propri limiti; un po' perché ne hanno anche loro, un po' perché niente come la denuncia di una qualche "imperfezione" (notare le virgolette) o difficoltà contribuisce a smussare, eliminare l'ego che alla fine è il vero avversario di ogni yoga. Questo vale per tutte le persone in sala, insegnante compreso.

Sotto questo aspetto, Santosha rappresenta il contraltare di un altro Nyama di Patanjali, Tapas. Si tratta di un concetto complesso e anch'esso sfuggente, come Santosha. Tapas di solito si traduce con "ascesi", "ardore", "impegno". Nella pratica Hatha può essere associato allo sforzo esercitato durante l'asana.

È un'interpretazione che troviamo suggerita ad esempio in La scienza dello Yoga di I.K. Taimni*: "Lo scopo essenziale del Tapas è di purificare il corpo e di condurlo sotto il controllo della volontà".

Senza Tapas insomma, nessuno si sottoporrà alle decine di rovinose cadute necessarie per imparare a eseguire Sirshasana e quindi non proverà mai la sensazione di libertà che si avverte la prima volta che gli alluci sembrano calamitati dal cielo. Tuttavia, se il Tapas è preponderante l'Hatha yoga rischia facilmente di trasformarsi in una di quelle attività circensi che si vedono troppo spesso in rete.

Tapas e Santosha possono essere intese come due forze che agiscono sull’individuo, il primo come una spinta al fare, la passione che arde, il secondo come una sorta di rispetto del limite, di serena accettazione. Solo un opportuno Tapas può far risplendere Santosha nella massima autenticità e solo Santosha è in grado di regolare il Tapas nella corretta intenzione, nella giusta potenza.

Secondo questa lettura, alla fine l'intera pratica lo yoga potrebbe riassumersi come un perfetto equilibrio tra queste due grandiose forze: quella di Santosha e quella del Tapas. Non a caso Patanjali nel suo testo ha inserito questi Nyama uno dopo l'altro, uno accanto all'altro; gemelli siamesi, sfuggenti ma inseparabili.

*La scienza dello Yoga, I. K. Taimni*, Ubaldini Editore, pg. 230.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Percorsi Yoga, n. 83, Anno XXIV.

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