“La vita senza presenza mentale è come il cibo senza sale” scrive il maestro di meditazione birmano Mahāsi Sayadaw nel suo Mindfulness e Insight*. Stessa affermazione si potrebbe declinare per l’Hatha Yoga, che non potrebbe esistere senza tapas; uno dei Niyama, i precetti positivi, più scivolosi codificati da Patanjali nei suoi Yogasutra. “Ascesi”, “ascesi fervente” “arsura” sono le traduzioni proposte da Federico Squarcini (con la collaborazione di Gianni Pellegrini) nella recente edizione Einaudi.* Non a caso, una delle note al testo sottolinea: “Il termine tapas, di certo in stretta assonanza col lat. tepos, è largamente usato nelle fonti sanscrite precedenti al nostro testo. Proprio per quest’ampiezza d’uso, la parola tapas è semanticamente ricca, risentendo del peso di numerose rivisitazioni.”
In un’altra importante edizione degli Yogasutra, La scienza dello Yoga*, I. K. Taimni ricorda come tra gli scopi del tapas ci sia quello di condurre il corpo “sotto il controllo della volontà".
“Calore” è il primo significato attribuito al tapas dall’Enciclopedia dello yoga* curata da Stefano Piano, alludendo al “fuoco di quel sacrificio interiore che è la penitenza ascetica”. Anche secondo questo testo il termine ha altri significati. Il più importante, forse, quello sintetizzato da Vyasa nel suo commento agli Yogasutra, secondo il quale tapas sta per “la capacità di sopportare le coppie di contrari”, caldo-freddo e via dicendo.
Oggi, soprattutto nella pratica Hatha, tapas viene spesso inteso come “ardore”, “impegno”. Insomma, come l’elemento senza il quale l’Hatha Yoga, non a caso “dello sforzo”, può trasformarsi, in eccesso, in una sequenza di asana svuotata di qualunque consapevolezza, approdando così alle innumerevoli tecniche che dello yoga hanno giusto il nome; se invece il tapas è troppo scarso, allora si avrà una pratica che tende sì alla dolcezza e all’inclusività, ma rischiando di perdersi per strada proprio l’impegno, il desiderio di migliorarsi. Discorso ostico da affrontare, questo del tapas. Si potrebbe affermare che la corretta regolazione di questo elemento sia in fondo un quesito che ogni praticante dovrebbe rivolgere a se stesso, così che possa lui, o lei, trovare la risposta. Tanto più sarà personale tanto più sarà ineludibile.
Un esempio di come portare il tapas, nei suoi molteplici significati, all’interno di una lezione potrebbe essere la sequenza sulle braccia qui presentata, che si propone anche - contemporaneamente - di lavorare su altri due punti fondamentali dello yoga: l’equilibrio e l’azione. Il primo fa riferimento all’equidistanza sottolineata già dalla Bhagavad-Gita*, grazie alla celebre definizione: lo yoga è equanimità. Per azione ci riferiamo invece all’invito ai praticanti a dedicarsi a una sequenza da vivere in piena coscienza, abbandonandosi al flusso del respiro, del movimento; come se si trattasse di eseguire un Kriya.
Attenzione: la sequenza, estremamente dinamica, si pone tra gli altri l’obiettivo di rinforzare i muscoli delle braccia, delle spalle, della schiena e del collo. È molto intensa, probabilmente non alla portata di tutti. Dovrebbe essere eseguita solo dopo un’adeguata preparazione nelle settimane precedenti e sempre al termine della sessione. Così si potrà lasciare ai praticanti il tempo necessario per rifiatare distesi proni a terra su una guancia e poi sull’altra, prima del giro di consapevolezza, magari in Shavasana, che solitamente chiude la lezione. Ultima considerazione: nel corso della sequenza è necessario tenere sempre gli occhi aperti.
Si comincia in Addhomukkha Svanasana, badando bene ad allineare - per quanto sia consentito - le orecchie ai bicipiti e contemporaneamente a spingere i talloni verso il pavimento. È fondamentale che le mani abbiano le dita ben aperte per aumentare il poligono di sostegno del corpo, in questa e in tutte le altre posture che compongono la sequenza. Le braccia, sostenendo il peso della testa e del busto aumentato dalla forza di gravità, registrano sollecitazioni lungo tutti i muscoli e tutte le articolazioni. Le gambe sono toniche. Lo sguardo è rivolto all’indietro, nello spazio tra le ginocchia.
Dopo essere rimasti in Addhomukkha Svanasana per sei respiri, espirando si scende in una versione/variante di Dandasana. Le braccia sono tese, il corpo è dritto, la colonna vertebrale è perfettamente allineata. Lo sguardo è puntato in basso, al centro della linea immaginaria disegnata dalle mani. Benché braccia, spalle e gambe siano sotto sforzo, questa versione di Dandasana è certamente una posizione di appoggio sulle braccia meno impegnativa di altre. Potrebbe essere il punto di partenza per un lavoro proprio su queste parti del corpo. Rimanere nella postura per sei respiri.
Lasciandosi calamitare dal punto sul pavimento che si sta fissando, espirando, si piegano le braccia e ci si porta in Chaturanga, la postura in cui il corpo teso sfiora il tappetino. Il sostegno è fornito dalle punte dei piedi e dalle mani. È importante mantenere la colonna vertebrale perfettamente parallela al pavimento. Serrati anteriori e tricipiti vengono potentemente sollecitati. Lo sguardo è puntato al suolo, a pochi centimetri. Qui il praticante è chiamato a considerare il suo “essere in basso” il suo “prostrarsi” - nella forza del sacrificio - all’Immensità alla quale lo yoga, senza posa, richiama, indirizza. Chaturanga va sempre eseguito contraendo con forza i quadricipiti e spingendo all’indietro i talloni. Da notare che la postura, da tenere per tre respiri, interessa tutti i muscoli respiratori e anche per questo risulta particolarmente sfidante.
Inspirando si riconquista il Dandasana eseguito in precedenza e dopo tre respiri si sposta il peso del corpo sulla mano sinistra sollevando il braccio destro, ruotando busto e viso verso destra. Intanto, il piede destro ha abbandonato il contatto con lo stuoino per appoggiarsi sul taglio del piede sinistro. Le caviglie sono una sull’altra, i malleoli a contatto. il palmo della mano è rivolto in avanti. Le dita della mano destra sono unite e spingono verso il cielo. Questa è Vasisthasana, che la tradizione ascrive al leggendario maestro Vasistha. L’assunzione della postura, con la rotazione del corpo che avviene con il solo sostegno della mano e del taglio del piede a contatto con il pavimento, causa una decisa rotazione della scapola sinistra. Si raccomanda un movimento particolarmente cauto. Il mantenimento dell’equilibrio chiede molto a tutti i muscoli del braccio d’appoggio, tra questi il flessore radiale del carpo, il pronatore rotondo, il tricipite. Il polso viene potentemente sollecitato.
Da sottolineare come la difficoltà stia anche nel tenere l’allineamento della colonna vertebrale con le gambe, facendo quindi attenzione a non lasciar “cadere” in basso il bacino. Vasisthasana ha qui lo scopo di inserire un richiamo filosofico alla tradizione, alla necessità di equilibrio/equidistanza, in una sequenza che altrimenti rischierebbe di essere percepita come semplice successione di posizioni.
Restare nell’asana per tre respiri e portare l’attenzione al cielo al quale si rivolge, alla spinta ideale che il praticante ritrova verso quell’Immensità della quale tutti, lo si voglia o no, facciamo parte.
Da Vasisthasana, espirando si fa scendere il braccio destro teso fino a che il bicipite, al termine di una lieve rotazione verso l’interno, si appoggi all’orecchio destro. Il palmo della mano destra ora è rivolto verso il pavimento. Questa è Utthita Vasisthasana. Inspirando, le dita unite della mano destra si conficcano nell’aria, con forza, così da aumentare lo stiramento del fianco destro. Gli occhi sono puntati sul palmo della mano destra. Rimanere nella postura per tre respiri.
Riportando la mano destra e il piede destro a terra, con le medesime cautele raccomandate per il movimento “in entrata”, si riconquista il Dandasana svolto in precedenza. Tenere la posizione per tre respiri con la consapevolezza sul battito cardiaco accelerato.
Eseguire specularmente sull’altro lato Vasisthasana e Utthita Vasisthasana nei medesimi termini e tempi indicati in precedenza.
Riportando la mano sinistra e il piede sinistro a terra ci si riporta in Dandasana per sei respiri e poi si riacquisisce l’Addhomukkha Svanasana iniziale. Mantenere la posizione per sei respiri senza perdere contatto con il battito cardiaco fortemente accelerato.
Ripetere altre due volte l’intera sequenza, mantenendo la scansione inspirazione/espirazione e le tempistiche descritte. Al termine, distendersi proni, con le braccia abbandonate lungo i fianchi e la guancia sinistra a contatto con il pavimento. La posizione dovrebbe far percepire più facilmente il rimbombo del cuore nel petto amplificando la sensazione di “contatto” con il tappetino, aiutando il praticante a cogliere l’intensità del momento.
Dopo dodici o ventiquattro respiri si può girare il capo appoggiandosi sulla guancia destra per restare in ascolto del cuore, ora leggermente meno “schiacciato” a terra, osservando il lento affievolirsi del suo ritmo. Al termine di altri dodici o ventiquattro respiri si può - molto lentamente - assumere una postura volta a scaricare la fatica accumulata nei muscoli delle braccia, delle spalle e della schiena, ad esempio Svanasana.
In chiusura, si consiglia di tenere sempre ben presente lo sforzo richiesto dal lavoro proposto, che va ovviamente a impattare il corpo, l’involucro nel quale lo yoga inevitabilmente accade, nel suo insieme e con grande intensità; nel segno del tapas, insomma.
Note
1 Mahāsi Sayadaw, Mindfulness e Insight , Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 2020.
2 Patanjali, Yogasutra, a cura di Federico Squarcini, Einaudi, Torino, 2019.
3 I. K. Taimni, La scienza dello Yoga, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1970.
4 Stefano Piano, Enciclopedia dello yoga , Magnanelli, Torino, 1996.
5 Bhagavad-Gita, a cura di Stefano Piano, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi)1994, RCS-Fabbri, Milano, 1996.
Le informazioni sull’anatomia e la fisiologia delle posture sono tratte da
L. Kaminoff, Yoga anatomy, Calzetti-Mariucci Editore, Torgiano (Pg), 2010.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Percorsi Yoga n. 88, anno XXVI, luglio 2025.