Yoga: parla il maestro Piero Foassa

  • Autore: Silvio Bernelli

Non sono molti gli insegnanti di yoga ancora in attività dopo gli ottant'anni. Piero Foassa è uno di questi. Sorridente e scattante, emana la luce che ogni insegnante di yoga dovrebbe possedere. È stato così gentile da concedermi questa intervista.

 

Tu hai vissuto più di cinquant'anni di yoga, vuoi raccontarceli?

Ho cominciato con la pratica nel 1968. La prima lezione era stata al centro italo-indiano di Torino, dove mi aveva portato un collega di lavoro. Devo dire che mi sono innamorato dello yoga fin da subito. Mi avevano affascinanato l'ambiente, il comportamento delle persone, il profumo... Da quel giorno non ho mai smesso con la pratica. Tempo dopo ho cominciato a insegnare nella sala nel retro di un'erboristeria e poi nel 1984 ho aperto il Centro Prema a Moncalieri.

Cosa ti ha insegnato questa avventura?

Il mio approccio allo yoga era stato inizialmente fisico. Asana e pranayama erano il mio pane quotidiano. Praticavo con impegno, come dice il maestro Patanjali con Abhyasa. Negli anni a seguire, intuii che oltre la fisicità c'era ben altro. Iniziai a studiare la filosofia dello yoga e a viaggiare in India, ci sono stato trentacinque volte. Oggi credo alla certezza della reincarnazione e ho imparato a dare un senso alla sofferenza umana attraverso la legge del Karman. Come sostenevano i maestri, sono convinto che lo yoga possa farci accettare e superare il dolore che incontriamo nella vita e che lo spirito possa aiutarci a rendere la mente più serena, meno dispersiva. La mente controllata può donarci un corpo sano, forte, energetico a qualsiasi età. Lo yoga per me è proprio questa unione spirito-mente-corpo.

Come è cambiata la tua pratica personale con l'avanzare dell'età?

Devo confessare che in questi ormai lunghi anni non è cambiata la pratica ma sono cambiato io. Sono diventato più antico (non vecchio!)  e con qualche problema in più per eseguire le tecniche dell'hatha yoga; però, abbandonando l'egocentrismo che mi spingeva a sforzare per fare bene, ho appreso l'arte di ascoltare il corpo, di rispettarlo come tempio di quel dono divino chiamato Jiva, cercando di dargli la giusta alimentazione e la corretta attività. Il grande cambiamento è avvenuto nella mia mente quando ho appreso l'arte di ascoltare, fare silenzio, fermare il pensiero. Ho imparato a dialogare con quello che chiamavo Angelo Custode, Spirito Guida, che potremmo chiamare anche Ishvara. La mia fede verso il sovrannaturale mi fa vedere il sentiero dell'ascesi. Forse un giorno, con la grazia divina, magari in una vita successiva a questa, potrò ricongiungermi e unirmi a Lui.

Quanto ha contato il lavoro sul Prana nel tuo yoga e nella tua vita?

Quando mi parlarono del Prana, l'energia divina, non ebbi difficoltà a collegare il prana alla vita e al fatto di credere in Dio e al potere del respiro. Cominciai a praticare le tecniche del pranayama, ma la vera scoperta fu nel comprendere il potere della mente, molto più potente del pranayama stesso. Cercai di trasmettere l'energia che opera attraverso l'emisfero destro del cervello con quella mente chiamata Buddhi, così potente da far accadere anche guarigioni miracolose. Iniziai a usare di più la narice sinistra nei momenti d'indecisione.  Mettevo a fuoco il problema e aspettavo, in meditativo silenzio, la soluzione. Questo ad esempio accadde quando a quarantadue anni mi licenziai da un lavoro sicuro, ero geometra all'Amministrazione Provinciale di Torino, per dedicarmi interamente allo yoga.

Su cosa si basa il tuo metodo di insegnamento?

Negli anni non mi sono mai sentito un insegnante di yoga, ma un grande innamorato dello yoga. Ho un progetto di conduzione della pratica che va da settembre a luglio e non ho mai tenuto una sessione senza averla prima preparata. Negli anni ho imparato a dare meno valore alla tecnica per portare le persone all'ascolto del proprio corpo e del proprio respiro. Una lezione di yoga per me è corretta quando, oltre alla conoscenza delle tecniche che si propongono, si riesce a entrare nell'anima di chi ascolta. Se riesci ad aprire il loro cuore e trovare quel sentimento che può ancora salvare il pianeta, l'amore, allora la tua lezione è stata una buona lezione. Per arrivare a questo, mi servo di mantra, rilassamento, yoga nidra, racconti, pensieri, aneddoti. Recentemente ho pubblicato una piccola raccolta che si intitola Il pescatore di perle, dove ho ordinato un po' di pensieri, di suggerimenti dei maestri che ho trovato nei libri che ho letto e che vanno applicati nella vita quotidiana.

Per decenni ti sei occupato di formazione per i nuovi insegnanti. Come sono cambiati nel tempo?

Le scuole per insegnanti rappresentano una grande responsabilità karmica per chi pensa di insegnare yoga. In India un tempo solo il guru sceglieva gli studenti a cui trasmettere la sua conoscenza. In occidente c'è più lo studio dell'hatha yoga che non della filosofia, ad esempio della Bhagavad-gita o del Raja yoga, del Kundalini yoga eccetera. Il diploma qui non garantisce la capacità di trasmettere lo yoga e lo studente, quando lo riceve, dovrebbe vederlo non come un punto d'arrivo ma come un punto di partenza per un percorso di ricerca. Ieri come oggi servono persone che sappiano trasmettere sentimenti di pace e amore per vincere l'ansia, la paura, lo stress. Sul piano prettamente economico, pochi possono vivere insegnando yoga, ma tutti possono insegnare l'amore, l'ottimismo, la non violenza, la fede, la pace, l'onestà.

Tu hai incontrato molti insegnanti leggendari. Vuoi regalarci un  ritratto di qualcuno di loro?

Uno molto importante per me purtroppo non ho potuto incontrarlo, ed è stato Paramahansa Yogananda. Come tutti gli studenti della mia generazione, negli anni '70, avevo acquistato L'autobiografia di uno yogi. Fu per molti di noi la nostra guida. Invece ho avuto la fortuna di incontrare in India a Puttaparthi Sathya Sai Baba e di invitare nel mio Centro un maestro di fama internazionale come André Van Lysebeth. Era un tantrico e un grande oratore, molto preparato, spiritoso e simpatico. E poi ho incontrato e ricevuto un mantra da Satyananda Saraswati la prima volta che venne in Italia. Ricordo che ci spiazzò tutti perchè parlò dello yoga nidra, di cui qui nessuno sapeva nulla. E poi ho anche seguito corsi del dottor Garote, di Boris Tatzky, Patrick Tomatis. Da tutti è possibile ricevere insegnamenti che, come studenti, dobbiamo cercare di applicare nel quotidiano, con l'impegno di trasmetterli agli altri.

Secondo te esiste uno yoga per la terza età?

Nella mia visione non c'è l'idea di classificare lo yoga, in nessun modo. Tutti possono praticare lo yoga, giovani, meno giovani e antichi, basta che comprendano che non è competitivo. Usa la visualizzazione dove non può arrivare il corpo. La lentezza, la consapevolezza aumentano l'intelligenza delle cellule. E ricordati: amati, amati, amati.

Fino a quando pensi di continuare a insegnare?

Tengo molte lezioni la settimana e vorrei dirti che continuerò fino a quando il mio corpo me lo permetterà. Ma è vero che dopo gli ottanta anni è scattato qualcosa nel mio cervello, e se prima pensavo che sarei andato avanti all'infinito, ora devo ammettere che non la penso più così.

Al termine della nostra strada, che speriamo naturalmente sia più lunga possibile, c'è un passaggio misterioso che ci attende. Lo yoga ti sta aiutando a prepararti per affrontarlo?

Tantissimo. Saranno dieci anni ormai che ho cominciato a pensare alla morte e sono sicuro che quando quel momento arriverà, sarò pronto. Sono certo che c'è una vita dopo la morte e saperlo mi dona una forza interiore potentissima. So già che mi reincarnerò, ma mi sento protetto dal mio Spirito Guida e  Angelo Custode, che sono sempre stato convinto di avere vicino fin da bambino. E penso che più presto si comincia a pensare alla morte, prima ci si toglie la paura, anche se quella legata al timore di provare dolore c'è, è innegabile. Ma il mio yoga è impregnato di amore, spiritualità, preghiera e ha creato dentro di me lo spazio per un silenzio interiore stupendo. Sarà quello ad accompagnarmi piano piano in quel passaggio. Lo sento.

Questo articolo è stato pubblicato su "Percorsi Yoga", "Yoga e terza età", n. 82/2022.

Silvio Bernelli

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