Come ogni settembre, ricominciamo con lo yoga. O magari, per qualcuno, cominciamo. In ogni caso, rompiamo il ghiaccio con la pratica dopo l'estate. Una stagione in cui è probabile che molti ci si siano dedicati poco o per nulla. Ed eccoci allora nella postura a gambe incrociate, quella "stabile e confortevole" descritta dal Grande Maestro Patanjali negli "Aforismi dello yoga". Qui l'attenzione si sposta presto dal peso del corpo che si scarica sulle caviglie, le gambe, gli ischi e la zona ano-perineale di Muladhara Chakra, al respiro. Calmo, regolare, più fresco, breve e spesso nell' inspirazione (puraka) e più tiepido, lungo e sottile nell'espirazione (rechaka).
Più ci abbandoneremo al respiro, più coglieremo il progressivo rilassamento del corpo. La superficie di contatto di quadricipiti e polpacci abbandonati sul pavimento aumenterà, permettendo forse all'esterno delle ginocchia di adagiarsi anche loro sul pavimento.
Le mani troveranno il tocco sulle rotule con delicatezza, la medesima che sentiremo tra le labbra e le palpebre.
Se la consapevolezza è affinata, bastano pochi secondi per entrare nella pratica, ancora prima che la Ohm risuoni tra le pareti della sala. Ed è a questo punto che il praticante yoga oltrepassa la fase delle sensazioni fisiche per avventurarsi nello sconfinato territorio della consapevolezza. È qui che lo yoga regna incontrastato, per tutti coloro che abbiano avuto la pazienza di scoprirne l'immenso potere.
Perfettamente immobile, concentrato sui cicli dell'inspirazione e dell'espirazione, ignorando i pensieri legati alle invitabili meschinerie che fanno purtroppo parte della vita di tutti noi, il praticante comincia ad avvertire come dentro di sé, più ancora che intorno a sé, si apra un mondo che solo fino a un certo punto appartiene alla mente. Ce lo suggerisce uno degli effetti più impressionanti dello yoga e in generale di ogni forma di meditazione: la scomparsa del tempo.
Proprio lui, quel signore petulante armato di lancette che si arroga il compito di scandire la nostra quotidianità. Certo, vivere nella società contemporanea significa sottoporsi a tempi, quelli del lavoro e degli affetti ad esempio, che non sono sempre negoziabili; anzi, quasi mai. Ma il punto è che un ticchettio immaginario e implacabile continua a risuonare nella testa anche quando non ce n'è bisogno.
La verità, per quanto facciamo di tutto per dimenticarcene, è che non sappiamo neanche cosa ci accadrà domani. Perché allora arrovellarsi su quale destinazione scegliere per le vacanze di Natale, su cosa ci succederà tra un anno o venti?
Oltre a questo tempo perennemente colonizzato dall'ansia per il futuro, in noi ne riecheggia un altro, con un differente tipo di orologio, le cui lancette girano così lente che paiono, come in effetti praticamente sono, ferme. È il tempo del passato, dei ricordi piacevoli e spesso meno piacevoli, delle delusioni che la vita ci ha inferto in anni anche lontanissimi, eppure ancora con noi, in noi, attraverso i loro effetti, anche in questo istante.
Dal connubio tra questi due tempi, un futuro costantemente prefigurato e aggiornato e un passato mai davvero passato e sempre rimpianto, nasce l'abitudine perniciosa a non vivere mai, come si dovrebbe, il presente.
L'unico modo per sbarazzarsi di questa malattia dell'anima è imparare a entrare nella dimensione intima e segreta che è propria dello yoga. Dove molte cose che riteniamo fondamentali nella vita quotidiana lentamente perdono peso, importanza, colore. Come il tempo, ad esempio. Che nella pratica non c'è, non esiste. Perché nello yoga ogni momento è adesso.