"Lasciati andare. Rilassati". Ecco una frase che risuona spesso durante una lezione di yoga. D'altronde, per la grande maggioranza delle persone lo yoga è proprio questo: una tecnica di rilassamento più che un percorso di conoscenza del Sé.
E non a caso, queste persone rimangono sbigottite davanti allo sforzo fisico, anche molto intenso, che viene richiesto a una lezione di Hatha yoga. Naturalmente, colpa è anche della confusione che regna sovrana.
Da una parte c'è la banalizzazione, coltivata sapientemente dal marketing occidentale, che ha fatto di tutto per inserire lo yoga nell'ambito del benessere, del mercato del wellness, con cui invece c'entra poco.
E poi c'è da chiarire anche la differenza tra yoga e Hatha yoga, benché il secondo discenda dal primo.
Lo yoga più propriamente detto guarda al canone del grande maestro Patanjali, l'autore degli "Aforismi dello yoga". In questo volume di straordinarie sottigliezza e profondità, scritto in un momento imprecisato tra il II secolo AC e il IV secolo DC, lo yoga viene descritto come "l'inibizione delle modificazioni mentali" (aforisma 2, Libro I).
Il controllo delle vritti, le modificazioni mentali, è infatti al centro del libro, mentre è secondario il lavoro con il corpo. Agli asana, le "posizioni" yoga, Patanjali dedica il solo aforisma 46, Libro 2: "La postura dev'essere stabile e confortevole."
Altra cosa è invece l'Hatha yoga, che significa "yoga dello sforzo" in sanscrito. Nasce in ambito tantrico e guarda a una serie di testi molto più recenti, redatti tra il XIV e il XVIII secolo. In volumi come "Hatha Yoga Pradipika", "Gheranda Samhita" e "Shiva Samhita" sono descritti diversi asana, pranayama (tecniche di controllo della forza legata alla respirazione) e bandha (legature, contrazioni degli organi interni). Tutto il lavoro che si fa attraverso il corpo, insomma. Eccone un esempio tratto dall'"Hatha Yoga Pradipika" a cura di Giuseppe Spera pubblicata da Magnanelli Editore.
"Si allunghino a terra le gambe, rigide come bastoni, e si afferri l'estremità dei piedi con le mani; dopo aver appoggiato la zona della fronte contro le ginocchia, si stia così; questo si chiama Pascimottanasana" (28, I).
È chiaro che in questo contesto, parallelamente agli obiettivi mentali e spirituali fissati da Patanjali, il praticante si impegna a utilizzare il corpo come strumento. A quale scopo? Stimolare e governare la propria forza interiore. È una sostanza immateriale e misteriosa ancora sconosciuta alla scienza.
Può avere diversi nomi a seconda di dove si trovi e a cosa serva esattamente, ma generalmente è chiamato Prana. Questa sostanza era già descritta da Patanjali negli "Aforismi dello yoga", soprattutto in quelli legati alle tecniche di pranayama, ma l'insegnamento per il suo utilizzo restava vago.
Più "tecnica" la spiegazione che ne riporta invece l'Hatha Yoga Pradipika nel verso successivo a quello sopracitato.
"Questo Pascimottanasana, eccellente tra gli asana, fa fluire lungo il dorso il Prana, ravviva il fuoco gastrico, mantiene magri e conferisce salute agli uomini." (29, I)
Il Prana è un elemento sottile che, come per altri concetti dello yoga, è più facile sperimentare che descrivere. Facciamo un esempio. Ci svegliamo una mattina un po' scarichi, durante la giornata non abbiamo voglia di fare alcunché e anche l'umore non è proprio il solito. È probabile che se quel giorno andassimo a fare gli esami del sangue troveremmo tutti i valori a posto. Lo stesso accadrebbe se facessimo i medesimi esami un giorno in cui ci sentiamo in perfetta forma, scattanti e positivi. Cos'è cambiato tra un giorno e l'altro? La carica, la riserva della forza che tutto permea, noi e il mondo. Il Prana, appunto. L'elemento sottile che il praticante Hatha yoga lavora e spinge al massimo delle sue manifestazioni proprio attraverso tecniche anche faticose di asana, pranayama eccetera. Dov'è allora il "lasciarsi andare", dov'è il rilassamento?
Risposta: è in ogni istante della pratica grazie alla consapevolezza che sgombra il campo mentale, stacca la spina dal presente e i suoi infiniti impegni, distende. Un effetto che ancora di più si avverte dopo la lezione, quando si va a casa e, di solito, ci si addormenta appena si posa la testa sul cuscino.
Una riprova del fatto che senza consapevolezza non c'è quiete. E che - tanto meno - esistono scorciatoie per raggiungerla.
Silvio Bernelli