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Garudasana e il potere dello yoga

  • Autore: Silvio Bernelli

Garudasana? Mi avevano sempre detto servisse a sciogliere le scapole!”. Questo l’innocente commento di una nuova allieva che, dopo anni di lezioni, aveva scoperto il significato di Garudasana. È una postura di equilibrio in cui gambe e braccia si attorcigliano e il praticante scarica tutto il peso del corpo su un solo piede. Le scapole sono sottoposte a una tensione particolare. Le articolazioni delle gambe e delle braccia vengono irrobustite e rese più elastiche.

Garudasana trasmette sensazioni differenti ogni volta che viene eseguita. Certe volte si è più stabili, altre traballanti. In qualche caso le gambe scivolano avvolgendosi una all’altra quasi da sole, in altri sembra impossibile agganciare il piede alla caviglia.

Da sottolineare, come la postura nasca “seduta” e non “in piedi”, ben diversa da quella in voga oggi. Così viene descritta - come spesso accade in modo criptico - nella Gheranda Samhita (1), un testo dello yoga risalente al 1700 circa.

Si premano sul suolo le cosce e gli stinchi, si stabilizzi il corpo per mezzo delle ginocchia e si pongano su questi le mani.

A prescindere dalla storia di ciascuno di loro, gli asana rappresentano la parte più “fisica” dello yoga, la più famosa, ma non possono però essere presentati come semplici “posizioni” in cui certi muscoli sono al lavoro e altri no, in cui le vertebre ruotano in un certo modo eccetera. Il corpo non è mai l’obiettivo del lavoro, ma sempre e solo un mezzo per acquisire e fortificare una nuova consapevolezza. Gli asana dello yoga sono esercizi di meditazione in movimento, nei quali gli aspetti esperienziali sono ben più importanti della posizione che si conquista.

Per questo, un corretto insegnamento dello yoga è corredato di tecniche di meditazione, insegnamenti filosofici, richiami ai testi fondanti di una disciplina che non è nata in qualche palestra occidentale, ma migliaia di anni fa in un paese remoto e tutt’oggi misterioso come l’India.

Lo dimostra proprio Garudasana. È una posizione dedicata a Garuda, che negli antichi testi della tradizione yoga era una sorta di enorme aquila leggendaria, un avvoltoio forse, protagonista di infiniti racconti. Secondo l’Enciclopedia dello Yoga (2) curata da Stefano Piano questo volatile fantastico era la cavalcatura del dio Vishnu, e per questo si sente chiamare anche “Re degli uccelli”. È chiaramente da questo antichissimo mito indiano che James Cameron ha tratto ispirazione per il suo campione d’incassi Avatar (un termine che non a caso in sanscrito designa l’incarnazione di un Dio sulla Terra).

“Verbo-Alato” è il significato del nome Garuda che Alain Daniélou dà nel volume Miti e Dèi dell’India (3). In questo estratto dal poema epico Mahabharata Garuda viene descritto come un abnorme essere metà uomo e metà avvoltoio, invincibile.

È talmente risplendente che, quando nacque, gli Dèi lo adorarono (…). È virile e lussurioso e assume a volontà la forma che desidera. Va dove vuole. È terrificante come l’attizzatoio arrossato del sacrificio. I suoi occhi sono rossi e lucenti come la folgore. Brilla come il fuoco che distruggerà il mondo alla fine dei tempi.

Il potere di Garuda di assumere ogni forma è al centro di alcune narrazioni epiche. La più famosa è forse la conquista del Soma, il liquido divino contenuto in una particolare coppa, in cambio del quale Garuda avrebbe riscattato la madre rapita. Roberto Calasso in Ka (4) riassume la vicenda così.

Sulla vetta del cielo Garuda si trovò di fronte a una ruota metallica, dai raggi affilati, che girava senza tregua. Dietro si intravedeva un bagliore: una coppa d’oro, anzi due coppe, una rovesciata sull’altra, dai bordi irregolari e taglienti. Anche quelle coppe si muovevano. Si aprivano e si chiudevano, con moto ondoso. Quando si chiudevano, i bordi combaciavano perfettamente. Fra la ruota e le coppe due serpenti sibilavano. Garuda gettò polvere negli occhi dei serpenti e si concentrò. Doveva passare fra le lame della ruota, doveva insinuare il becco tra i bordi delle coppe, doveva afferrare quel bagliore che si intravedeva. E fuggire. Ma tutto doveva durare meno di un battito di palpebre. Da quella frazione del tempo dipendeva la sorte di sua madre, del mondo. Garuda riuscì. Non si curò di bere il soma che gli colava dal becco mentre tornava verso la terra.

Nonostante l’ampiezza delle sue ali, Garuda mette qui in atto il suo potere di restringersi, assottigliarsi, così tanto da attraversare la ruota metallica e riuscire nell’impresa.

Allo stesso modo, in Garudasana il corpo si raccoglie. La postura simboleggia come l’ego del praticante sappia rimpicciolirsi, fare un passo indietro, smettere di dettare i tempi e i modi della vita con le sue istanze, le sue esigenze.

Insomma, Garudasana è una posizione bellissima da vedere, ma anche poetica e complessa nei suoi presupposti. Non è, come alla mia allieva avevano detto, un modo “per sciogliere le scapole”, ma un modo per fare compiere un passo indietro alla persona che si crede di essere. Solo così si può prendere contatto con l’energia interiore e utilizzarla come propellente per la scoperta del Sé; per tuffarci in noi stessi e andare alla scoperta della nostra identità, tanto più autentica tanto più segreta. In definitiva, è questo l’unico vero obiettivo dello yoga.

Naturalmente, è più che probabile che si avvicina allo yoga per la prima volta spesso sia mosso da motivazioni meno complesse: curare la sciatica o il mal di schiena, trovare un rimedio all’insonnia o a quel senso di insoddisfazione che a un certo punto fa capolino, ospite sgradito, nella vita di molti. Ma in un corso di yoga bisogna avere il coraggio di confrontarsi con le domande fondamentali dell’essere umano. Chi siamo? Perché siamo al mondo? Cosa dimora nelle profondità di noi stessi? Perché è dalla scarsa conoscenza di chi siamo e di quali sono i nostri reali desideri che scaturiscono i malesseri, gli indolenzimenti, quel minaccioso vuoto nel quale prima o poi nella vita tutti ci si specchia.

Questo percorso di scoperta può iniziare da subito, porgendolo con la cautele necessarie per evitare di sfiorare argomenti per i quali il neofita di solito non è pronto, anche a chi si presenta per la prima volta a lezione e vorrebbe solo sentirsi dire che Garudasana serve a sciogliere le scapole.

 

(1) Insegnamenti sullo yoga, Gheranda Samhita, a cura di Stefano Fossati. Magnanelli, Torino, 1994.
(2) Enciclopedia dello Yoga, a cura di Stefano Piano. Magnanelli, Torino, 1996.
(3) Miti e Dèi dell’India, Alain Daniélou. Bur-Rizzoli, Milano, 2002
(4) Ka, Roberto Calasso. Adelphi, Milano, 1996.

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