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Musica e Yoga, un legame spesso incompreso

  • Autore: Silvio Bernelli

Lo yoga è l’arte di governare la vibrazione che risuona in noi e ovunque intorno a noi. È un fremito inarrestabile, ben noto ai praticanti di molte discipline orientali, arti marziali comprese. La stragrande maggioranza delle persone però fa fatica ad ammetterne l’esistenza.

Eppure è la fisica stessa che ha stabilito - e da tempo ormai - che in quanto ammassi di atomi e molecole siamo scossi da una vibrazione incessante che attraversa l’intero universo. Lo conferma un articolo pubblicato dell’ANSA il 29 giugno 2023: “Astronomi di tutto il mondo hanno annunciato di aver trovato prova di una forma di onde gravitazionali a lungo teorizzata che crea un "ronzio di sottofondo" che rimbomba in tutto l’universo.” Si tratta insomma di quella misteriosa pulsazione di base che i praticanti yoga da un paio di millenni moltiplicano con il canto dell’Om, cercando di sintonizzarsi sull’eco remota dell’esplosione, il Big Bang che ha dato vita al cosmo, ai pianeti. Il momento zero in cui tutto è nato, insomma, che per yogin e yogini è frutto di una Creazione.

Comunque la si pensi al riguardo, concentriamoci sull’indissolubilità del legame tra yoga e vibrazione e veniamo al rapporto tra musica e yoga.

Come lo yoga, la musica è vibrazione. Sono le onde sonore a far vibrare l’aria, ma, a differenza dei suoni che a seconda del contesto e del momento possono anche richiedere semplicemente di essere registrati dal cervello, (il tintinnio dei bicchieri o delle stoviglie ad esempio), la musica ha sempre un carico emozionale, un messaggio. L’ascoltatore lo percepisce anche a livello inconscio.

Naturalmente, a seconda che si tratti del bruciante electro-funk dei Model/Actriz, delle vertigini pianistiche di Liszt o del cool-jazz firmato Miles Davis, la musica può trasmettere rabbia, sconforto, interrogativi, piacere. La musica può suscitare ogni possibile emozione umana ed è proprio questa, insieme all’immediatezza, la ragione della sua popolarità.

D’altronde, già all’alba della storia si cantava in compagnia dei propri simili, percuotendo pietre, legni e pelli, danzando. Segno di come la musica abbia la funzione di unire gli esseri umani, proprio come la vibrazione che tutto attraversa, così come accade oggi con i mega-concerti, i canti religiosi e gli eventi di chiara radice esoterica sopravvissuti all’incedere dei secoli come la Taranta nostrana.

Ovvio quindi che durante una lezione di yoga si cantino dei mantra, l’OM che apre e chiude la sessione ad esempio, oppure si suonino tamburi e campane. Nada Yoga, “Yoga del suono” si chiama il filone di studi e tecniche che si occupa proprio di coniugare la pratica e i suoni che vengono prodotti durante la lezione.

Altra cosa è il sottofondo musicale, che viene più semplicemente riprodotto nel corso della lezione. Si tratta, va detto, soprattutto di un’abitudine occidentale. Durante un lungo soggiorno in quel paese ancora nel 2016 non ho visto un insegnante di yoga usarlo.

Qui da noi invece in sala riecheggia spesso musica indiana tradizionale a base di sitar e poliritmie delle tablas, quelle particolari percussioni che si suonano più con le dita che con le mani, come avviene ad esempio per le congas sud americane.

A questo proposito, rimanendo a un suono capace di favorire la concentrazione e il rilassamento, è molto importante porre attenzione ai dettagli. Occorre ricordare che la qualità della musica dovrebbe essere all’altezza della lezione. Scelte musicali di scarsa qualità abbassano la qualità della sessione per tutti coloro che di musica sanno anche solo qualcosa. E comunque è fondamentale indagare atmosfera e messaggio di tutto ciò che si suona.

E questo purtroppo spesso non accade. A chi scrive ad esempio è capitato di subire lezioni in cui in sala rimbombavano pezzi orecchiabili infarciti di tristi testi in inglese. Storie di tradimenti e amori spezzati, per di più cantati con l’immancabile phatos, non sono la colonna sonora ideale per la pratica yoga.

Ovvio che in questi casi l’insegnante non mastichi nemmeno un po’ d’inglese, fatto che peraltro può sollevare qualche dubbio anche sul corso di perfezionamento in India del quale potrebbe averci parlato, ad esempio.

In altre occasioni a lezione risuonano inni da oratorio e brani del musical Jesus Christ Superstar (segno di una certa confusione didattica...) o successi pop del passato, molto gettonati ad esempio quelli dell’artista anni ’90 Enya. A chi quegli anni li ha vissuti possono però anche far riaffiorare emozioni e ricordi sgradevoli. Basta immaginare cosa accadrebbe se fossero state le canzoni del cuore di un nostro partner prematuramente scomparso.

In frangenti come questo, si tratta di pezzi che l’insegnante ritiene azzeccati e come tali dà per scontato lo siano anche per gli allievi; peccato non sia sempre così.

Per la musica cantata durante la pratica, l’unica strada percorribile sembrerebbe quella dei mantra in sanscrito, che però possono facilmente tramutarsi in una distrazione per chi ne conosce il testo. Già alle prime battute il praticante viene indotto a cantare, anche a fior di labbra, scandendo la respirazione in modo dannoso per la tecnica che sta eseguendo, asana o pranayama che sia.

Personalmente, penso che la colonna sonora migliore sia strumentale, molto dilatata, calda, priva di tempi irregolari e dissonanze e attraversata da una tonalità di fondo, ma attenzione: persino molte trame pianistiche ambient del maestro Brian Eno, Leone d’Oro alla Carriera per la Biennale Musica di Venezia 2023, che parrebbero rispondere a questi requisiti, in realtà con i loro
accordi in minore che creano melodie oscure, sono poco idonee allo yoga tanto quanto la sonata Al chiaro di luna di Beethoven.

La colonna sonora della pratica dovrebbe essere ricca di accordi in maggiore, orecchiabile ma sempre lontana dalle facili melodie usa-e-getta spesso proposte da sedicenti compositori contemporanei.

Meglio ancora se si tratta di musica con il La accordato a 432 Hz, che produce cioè 432 vibrazioni al secondo, come è stato per secoli, e non a 440 Hz, più veloce quindi, canone della musica occidentale dal 1939 in poi.

Il tema dell’accordatura del La è assai dibattuto tra gli esperti di musica. Alcuni insegnanti yoga credono per esperienza diretta che la vibrazione a 432 Hz sia in grado di risuonare con il cuore, nel cuore, e la ritengono quindi più congeniale rispetto alla frequenza a 440 Hz, più ansiogena.

Questa convinzione al momento non sembra suffragata da sufficienti prove scientifiche, ma d’altronde gli yogin sono stati sbeffeggiati per secoli per il canto della OM soltanto per poi scoprire che avevano ragione, che davvero quella sillaba riecheggiava la pulsazione di base dell’universo, della vita. È quanto meno possibile che anche per il La a 432 Hz accada la stessa cosa. Questione di vibrazioni, no?

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