Pascimottana. Shavasana. Matsyendrasana. Chiunque sia entrato in una sala yoga ha sentito innumerevoli volte questi termini. Non a caso, si tratta di tre dei più famosi asana – le cosiddette posture – che occupano sovente buona parte della lezione. E accanto agli asana, ecco Brhamari e Bhastrika, due tra i più noti pranayama, le tecniche di controllo dell’Energia Vitale legate alla respirazione. Naturalmente se queste parole si leggono qui per la prima volta – magari dopo anni di incensi e tappetini – il consiglio è di correre dal proprio insegnante per chiedere chiarimenti!
Pascimottana, Shavasana, Matsyendrasana, Brhamari e Bhastrika e molte altre tecniche segnano l’avvento dello yoga moderno, l’Hatha Yoga, lo “Yoga dello Sforzo”, probabilmente diverso da quello originario codificato dal Grande Maestro Patanjali tra 1600 e 2000 anni fa. Nei suoi celebri Aforismi dello yoga, Patanjali illustrava una pratica meditativa, dal grande significato filosofico e ancora di più spirituale, che si poteva tranquillamente eseguire seduti a gambe incrociate. L’unica raccomandazione era che la postura fosse “stabile e confortevole”, nient’altro. Erano poco numerosi anche gli accenni alle tecniche di controllo del respiro e al governo dell’Energia Vitale, il prana.
Ma quindi da dove arriva Sarvangasana, la cosiddetta “Regina delle posizioni capovolte”? E Dhanurasana, la postura dell’arco da eseguire su un ginocchio? E il Vrikshasana, “l’albero”, stravisto nei poco rispettosi spot “yogici” che hanno invaso i palinsesti televisivi negli ultimi anni?
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